Non si limita al tema della sicurezza. Va oltre e chiama in causa il futuro stesso del porto, il suo sviluppo e il rapporto tra interesse pubblico e attività industriali. Antonio Montesanti, studioso e tra i promotori dell’iniziativa per il cambio di denominazione di Vibo Marina in Porto Santa Venere, torna a intervenire nel dibattito sulla presenza dei depositi costieri, proponendo una riflessione che intreccia pianificazione urbanistica, sviluppo portuale e gestione del rischio.
Lo spunto arriva dall’analisi di una planimetria che, secondo Montesanti, evidenzia un dato difficilmente contestabile: gli effetti potenziali del rischio non si fermano ai confini dell’impianto, ma si estendono ben oltre il suo perimetro.
Il costo del rischio sostenuto dalla collettività
“Le limitazioni previste dalle norme di sicurezza – osserva – finiscono per gravare soprattutto su strade, aree pubbliche, porto e quartieri abitati”. In altre parole, il costo territoriale della presenza dell’impianto non ricade esclusivamente sul sito industriale, ma viene sostenuto dall’intera comunità. Da qui prende forma una considerazione che richiama i principi della moderna pianificazione industriale: la migliore strategia di gestione del rischio non consiste soltanto nel controllarne le conseguenze, ma nel ridurne le cause direttamente alla fonte.
Secondo Montesanti, diminuire o eliminare i serbatoi più esposti verso il fronte urbano rappresenterebbe un intervento capace di ridurre il rischio in maniera strutturale, evitando che siano gli spazi pubblici e le aree strategiche del territorio a sopportarne gli effetti indiretti.
Le esperienze europee e la riduzione del rischio alla fonte
Il ragionamento guarda anche a quanto avvenuto in numerose città portuali europee, dove negli ultimi decenni sono stati arretrati depositi costieri, trasferiti terminal petroliferi, ridotte capacità di stoccaggio o spostate attività considerate più impattanti verso aree industriali dedicate.
Un approccio che, secondo Montesanti, si fonda su un principio di proporzionalità: se per garantire la sicurezza di un impianto diventa necessario limitare l’utilizzo di vaste porzioni di territorio pubblico circostante, allora la prima opzione da valutare dovrebbe essere la riduzione dell’impianto stesso.
Una posizione che non equivale a chiedere la chiusura immediata o la delocalizzazione totale dei depositi. Piuttosto, invita a verificare se i serbatoi più vicini alle abitazioni, alla viabilità e alle infrastrutture portuali siano realmente indispensabili oppure possano essere progressivamente dismessi o ricollocati.
“Se dieci metri quadrati di impianto generano vincoli su mille metri quadrati di spazio pubblico – sostiene – è legittimo chiedersi se l’interesse collettivo sia ancora adeguatamente tutelato”.
Il vero tema: quale futuro per il porto?
Per Montesanti la questione assume una rilevanza ancora maggiore nel caso di Porto Santa Venere, perché non si tratta di un’area industriale isolata, ma di uno scalo che punta a sviluppare funzioni sempre più articolate e moderne.
Logistica, cantieristica, servizi ai marittimi, trasporto passeggeri, turismo nautico e integrazione con il tessuto urbano rappresentano le direttrici sulle quali dovrebbe costruirsi il futuro del porto.
Se la presenza dei depositi continua a condizionare queste prospettive, il tema non può essere confinato al solo ambito della sicurezza. Diventa una questione strategica che riguarda il modello di sviluppo dell’intera infrastruttura portuale. Ed è proprio qui che, secondo lo studioso, emerge la domanda fondamentale: “È interesse della città adattarsi ai depositi oppure è interesse dei depositi adattarsi alla città e al porto del XXI secolo?”.
Una scelta politica prima ancora che tecnica
Montesanti respinge ogni lettura ideologica della questione. A suo giudizio si tratta della stessa domanda che molte città portuali europee si sono poste nel momento in cui hanno deciso di liberare i waterfront dalle attività petrolifere più impattanti per restituire spazi e opportunità a funzioni economiche, urbane e collettive maggiormente compatibili con le esigenze contemporanee. Per questo ritiene che il confronto debba entrare pienamente nell’agenda delle istituzioni e dell’Autorità portuale.
La riflessione finale individua il cuore del problema: la normativa non impone che le zone di sicurezza restino all’interno dei depositi, ma allo stesso tempo non può trasformare automaticamente il territorio circostante in una sorta di pertinenza funzionale dell’impianto industriale.
È su questo equilibrio tra tutela della sicurezza, interesse pubblico e prospettive di sviluppo che, secondo Montesanti, dovrebbe concentrarsi oggi il dibattito politico e istituzionale. Un confronto che riguarda non soltanto il presente dei depositi costieri, ma soprattutto il futuro di Porto Santa Venere e dell’intero sistema portuale vibonese.





