Un gruppo di hacker che si fa chiamare “iamnotavillain”, contattato dal Financial Times tramite Telegram, ha rivendicato la violazione della banca digitale britannica Revolut, sostenendo di aver ottenuto dati riservati di quasi 700 clienti dopo aver compromesso un sistema di posta elettronica certificata del ministero dell’Interno italiano. Il gruppo ha affermato di possedere circa 147 gigabyte di dati interni delle forze dell’ordine italiane. Per mesi si sarebbero finti agenti, chiedendo alla banca indirizzi, numeri di telefono e cronologie di transazioni dei correntisti.
L’intervento della Direzione Nazionale Antimafia e le verifiche sul dark web
Sul caso si è attivata anche la Direzione nazionale antimafia ed antiterrorismo, che segue la vicenda della truffa ai danni di Revolut portata a segno utilizzando un account della Prefettura di Reggio Calabria. I magistrati della Dna intervengono quando la violazione riguarda un ente governativo. La prima informativa della Polizia postale dà conto di un’azione molto sofisticata: si sta cercando di capire se l’email certificata della prefettura sia stata “bucata” oppure clonata. Sono in corso analisi anche sulla rivendicazione apparsa a nome del gruppo “iamnotavillain”, mentre si monitora il dark web per verificare un’eventuale messa in vendita dei dati trafugati ai correntisti della fintech inglese.
L’inchiesta della Procura reggina per intrusione informatica
La Procura della Repubblica di Reggio Calabria ha intanto aperto un’inchiesta sul caso, dopo che gli hacker, servendosi di un’email istituzionale compromessa appartenente alla Prefettura di Reggio Calabria, hanno chiesto e ottenuto dati di clienti Revolut. Il reato ipotizzato è quello previsto dall’articolo 615 ter, comma 3, del codice penale: intrusione in un sistema informatico di pubblico interesse. Al momento, secondo quanto si apprende, gli investigatori non hanno la certezza che a essere stato compromesso sia un computer della Prefettura o del Viminale.



