La sanità calabrese apre il 2026 con l’ennesima operazione di riordino. Nasceranno Aziende ospedaliere provinciali che controlleranno tutti gli ospedali di una stessa provincia, mentre le Asp dovrebbero occuparsi soltanto del territorio. È questo l’approdo del percorso tracciato dalla Giunta Occhiuto, come ricostruito oggi da Antonio Ricchio sulla Gazzetta del Sud. Sulla carta è una riforma. Nella realtà è una scommessa che non tocca il punto centrale: senza medici, infermieri e posti letto, qualsiasi nuova architettura è destinata a restare vuota.
Il valzer dei manager
Gli ospedali calabresi non sono in crisi per come sono chiamati, ma per quello che non hanno. I pronto soccorso reggono con organici dimezzati. I reparti lavorano con turni scoperti. Le liste d’attesa continuano a crescere. Cambiare il nome sul frontone non cambia questo quadro. In queste settimane si moltiplicano nomine, doppi incarichi, commissariamenti. La sanità viene trattata come un sistema da riorganizzare dall’alto, spostando dirigenti da una casella all’altra. Ma sotto, nelle corsie, la situazione resta identica. Un nuovo assetto non produce un chirurgo in più né riapre un reparto chiuso. Produce solo una nuova catena di comando.
L’emergenza che non si vede
La Calabria è in una condizione di emergenza sanitaria permanente. Mancano professionisti, soprattutto nei servizi più critici. Eppure non esiste un piano straordinario di reclutamento. Non si vedono bandi capaci di attirare medici da fuori regione, né una strategia per formare quelli che servono. Si discute di richiamare in servizio i pensionati. È un tampone, non una soluzione. Alle Asp dovrebbe restare la sanità di prossimità: medici di famiglia, guardie mediche, ambulatori, Case e Ospedali di comunità. Ma queste strutture esistono soprattutto nei documenti.
Senza una vera rete territoriale, tutto ricade sugli ospedali. E gli ospedali, già sotto organico, vengono travolti da un flusso che non riescono a gestire.
La riforma non tocca i nodi veri
La Regione parla di efficienza e razionalizzazione, ma evita il tema che pesa più di tutti: la carenza strutturale di personale e l’incapacità di spendere le risorse disponibili. I fondi restano bloccati, le assunzioni non partono, i giovani medici se ne vanno. In questo contesto, creare nuove aziende significa solo spostare le responsabilità, non risolverle. Il presidente Occhiuto continua a puntare sulla riorganizzazione degli assetti. Ma il problema non è dove collocare gli ospedali dentro una sigla. Il problema è che quegli ospedali funzionano sempre meno.
Finché non si metterà mano al reclutamento, alla formazione e alla sanità territoriale, ogni riforma resterà una manovra di palazzo. E nelle corsie, intanto, si continuerà a fare i conti con l’assenza di chi dovrebbe curare.


