Sanità e liste d’attesa: mesi (a volte un anno) per poter effettuare esami diagnostici. Fuga verso i privati

Chi non può permettersi di pagare rinuncia alle cure. Le associazioni reagiscono: in queste condizioni viene meno il diritto alla salute

E’ ancora da sciogliere il nodo delle liste d’attesa, soprattutto in alcuni settori della sanità locale. Apprezzate dai cittadini le misure messe in campo nei mesi scorsi dal management dell’Asp di Vibo, attraverso il recovery day, ha cercato di smaltire il pregresso, ma le criticità restano. Su 720 persone contattate, in base ai dati di Nicola Nocera,   responsabile del progetto,  in una sola giornata se ne sono presentate 630. 

  Tuttavia le liste d’attesa, soprattutto per alcuni esami radiologici  e diagnostici, sforano  l’intero anno. In questo modo, laddove i tempi non siano rispettati, accade che chi può permetterselo ottiene una prestazione a pagamento e chi non può farlo è costretto ad attendere, finendo spesso per rivolgersi al Pronto soccorso, sempre più in affanno. In tal modo l’attrattiva verso la Sanità pubblica si abbassa. 

  Tuttavia le liste d’attesa, soprattutto per alcuni esami radiologici  e diagnostici, sforano  l’intero anno. In questo modo, laddove i tempi non siano rispettati, accade che chi può permetterselo ottiene una prestazione a pagamento e chi non può farlo è costretto ad attendere, finendo spesso per rivolgersi al Pronto soccorso, sempre più in affanno. In tal modo l’attrattiva verso la Sanità pubblica si abbassa. 

  A raccontare uno dei tanti disservizi è un medico vibonese, che per andare incontro a un proprio paziente ha contattato personalmente il Cup per prenotare una Tac coronarica. <Dopo venti minuti d’attesa – esordisce – sono riuscito a parlare con l’operatore, che mi ha fissato la prestazione per ottobre 2025>. Il sanitario, rimanendo sconcertato, si è detto pronto a contattare il presidente della Regione Occhiuto. <Non possiamo più tollerare la migrazione sanitaria – denuncia – perché molti non possono permetterselo, soprattutto per ragioni economiche. Chi ha l’amico invece avrà sempre modo di scavalcare e di avere il favore sottobanco>.   

Ma  chi invece santi in cielo non ne ha, dovrà aspettare o rinunciare alle cure. Un allarme quest’ultimo lanciato più volte dalla Caritas e dalle parrocchie locali. Sono infatti in aumento i cittadini che si rivolgono alla Chiesa o agli enti di solidarietà per l’acquisto di farmaci o il pagamento di prestazioni sanitarie.  Anche il Santo Padre, in occasione della giornata mondiale del malato, ha ribadito che <ci sono tante persone oggi alle quali è negato il diritto alle cure>.

 A comprovare l’allarmante situazione che la sanità locale sta vivendo è una recente  delibera del commissario straordinario Asp, Antonio Battistini, nella quale si legge che <nell’ambito del monitoraggio delle liste di attesa effettuato mensilmente dall’ufficio Cup e Alpi (libera professione intramoenia) sono emerse criticità legate all’erogazione di prestazioni afferenti alle discipline di cardiologia, ortopedia, endoscopia digestiva, radiologia e radiodiagnostica, angiologia, neurologia, ostetricia e ginecologia>.

Il diritto alla salute, a parere di Gianluca Rubino, scrittore e  presidente dell’associazione Cittadini responsabili, <non è la panacea di chi ha più soldi. Non si può avere una sanità a due velocità differenti. I cittadini non sono risorse per rimpinguare le tasche del privato>. Molto più critica Marcella Murabito (Rifondazione comunista), secondo la quale l’autonomia differenziata  <ci darà il colpo di grazia>.

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