Sanità, il castello del potere scricchiola: la Corte dei Conti riapre il caso Calabria

Dopo anni di deroghe, poteri straordinari e commissariamenti, i magistrati contabili smontano la narrazione dell'uscita dall'emergenza. Ma dalla politica nessuna domanda

Il giorno dopo la notizia trapelata sui dubbi avanzati dalla Corte dei Conti, la Calabria politica continua a dormire. O forse fa finta di dormire. Eppure i magistrati contabili hanno appena sollevato interrogativi pesanti sulla decisione con cui il Consiglio dei Ministri, lo scorso 22 aprile, ha decretato la fine del commissariamento della sanità regionale. Non una polemica di parte, non un attacco dell’opposizione, non una denuncia proveniente da qualche comitato civico. A mettere nero su bianco dubbi giuridici, procedurali e contabili è la Corte dei Conti. Eppure tutto tace.

L’emergenza come metodo di governo

Per anni alla Calabria è stato raccontato che servivano poteri eccezionali. Prima si è sostenuto che il commissario alla sanità dovesse coincidere con il presidente della Regione. Poi si è invocata l’uscita dal commissariamento. Nel frattempo si è chiesto e ottenuto anche il commissariamento dell’edilizia sanitaria. La motivazione è sempre stata la stessa: bisogna fare in fretta.
Più procedure straordinarie, più deroghe, più concentrazione di competenze. Tutto nelle stesse mani. Gestione e potere. Potere e gestione.

Una narrazione costruita sull’urgenza permanente che oggi però si scontra con una domanda semplice: se i conti non sono ancora del tutto chiari, se i bilanci restano incompleti, se i debiti continuano a pesare e se i Livelli essenziali di assistenza non sono ancora pienamente raggiunti, sulla base di quali presupposti è stata certificata la fine dell’emergenza?

I dubbi dei magistrati

La Corte dei Conti entra nel merito e individua più di una criticità. C’è anzitutto una questione formale ma non secondaria: la proposta di cessazione del commissariamento è partita dal ministro per gli Affari regionali, mentre la normativa attribuisce un ruolo diverso ai ministeri dell’Economia e della Salute. Una differenza che i magistrati non liquidano come una semplice svista burocratica. Ma il cuore del problema è altrove.

La Corte evidenzia l’assenza di una verifica completa dei conti consolidati del sistema sanitario regionale, richiama la presenza di partite debitorie ancora da definire e segnala che i risultati sui Lea restano disomogenei. Miglioramenti ci sono stati, soprattutto nell’assistenza ospedaliera, ed è giusto riconoscerlo. Ma per i magistrati non basta per affermare che il percorso di risanamento sia ormai irreversibile. Anzi, i target del precedente Piano di rientro non risultano integralmente raggiunti e il nuovo Piano deve ancora essere definito.

La domanda che nessuno fa

La vera notizia non è soltanto ciò che scrive la Corte dei Conti. La vera notizia è che nessuno sembra voler chiedere spiegazioni. Perché quando si tratta di sanità, maggioranza e opposizione sembrano spesso accomunate dalla stessa prudenza. I governi cambiano, le stagioni politiche si alternano, ma il potere sanitario resta il luogo dove le critiche diventano improvvisamente più rare.
Eppure i calabresi continuano a partire. Continuano a cercare cure fuori regione. Continuano a riempire gli ospedali del Nord. Continuano a finanziare con la mobilità passiva sistemi sanitari che funzionano meglio del proprio.

Oltre la propaganda

Ora il Governo avrà trenta giorni per rispondere ai rilievi della Corte dei Conti. Sarà il tempo delle controdeduzioni e dei chiarimenti. Resta però una questione politica che nessuna memoria difensiva potrà cancellare. Per anni si è sostenuto che accentrando poteri, commissariando strutture e moltiplicando gli strumenti straordinari sarebbe arrivata la svolta. Oggi, invece, scopriamo che i dubbi sui conti restano, che i risultati sono ancora parziali e che persino l’uscita dal commissariamento viene contestata dai magistrati contabili.

 

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