Sanità, la programmazione si ferma agli annunci e la governance blocca le cure. Strutture senza sistema, diritti senza risposta

Dalla prima conferenza stampa dei vertici Asp di Vibo Valentia emergono carenze organizzative, territorio assente e risorse non utilizzate. A rischio esiti clinici e diritto alla salute

La prima uscita pubblica del nuovo commissario dell’Asp di Vibo Valentia è stata segnata da una postura sicura, quasi solenne. Una conferenza stampa costruita attorno alla parola continuità, alla rivendicazione di un lavoro già avviato, alla promessa di trasformare i piani in risultati. Un messaggio rassicurante, sostenuto dall’idea che l’Azienda non riparta da zero ma da un percorso già tracciato. E tuttavia, proprio in quella narrazione si intravede il primo equivoco. Perché si parla della chiusura dei cantieri del PNRR, della realizzazione delle strutture, dell’avanzamento delle opere. Ma si omette il punto decisivo: la struttura organizzativa che deve far funzionare quei contenitori.

Non basta costruire Case della Comunità, non basta prevedere posti letto, non basta formalizzare piani assunzionali. Senza indicatori di funzionamento, senza meccanismi operativi, senza governo della domanda sanitaria, la programmazione resta un esercizio formale. E soprattutto, non viene chiarito come si intendano affrontare le criticità che oggi paralizzano il sistema. Dopo 18 mesi di gestione prefettizia dell’Asp di Vibo Valentia, è arrivato il momento di uscire dalla retorica e guardare ai risultati reali. Perché se è vero che lo Stato è intervenuto per ristabilire la legalità, è altrettanto vero che la sanità vibonese, nel frattempo, ha continuato ad arretrare. E questo non è un giudizio politico. È una constatazione che emerge dai numeri, dai servizi e dalla vita quotidiana dei cittadini.

Continuità dichiarata, ma senza un modello organizzativo reale

La conferenza stampa non offre risposte su questo arretramento. Non chiarisce come verranno recuperati i ritardi nella prevenzione, che rappresenta il primo indicatore di salute di un sistema sanitario. I dati del Nuovo Sistema di Garanzia del Ministero della Salute e le analisi di AGENAS collocano stabilmente la Calabria al di sotto della soglia minima di adempimento dei Livelli Essenziali di Assistenza nell’area prevenzione, con punteggi inferiori a 60 su 100. Le coperture degli screening oncologici restano lontane dagli standard nazionali: lo screening mammografico spesso sotto il 50%, quello del colon-retto sotto il 40%, quello cervicale significativamente distante dai livelli attesi del 70–80% della popolazione target. Questo significa diagnosi tardive, aumento della mortalità evitabile e maggiore pressione sugli ospedali. E nel territorio vibonese, questi indicatori non risultano recuperati nel periodo commissariale.

Prevenzione in ritardo e livelli essenziali sotto la soglia minima

Non viene chiarito, allo stesso modo, come si intenda intervenire sulla fragilità della rete ospedaliera. Nel caso di Vibo Valentia, questa fragilità si traduce in una riduzione dell’offerta con induzione della mobilità passiva, in difficoltà nella copertura dei servizi e in criticità strutturali persistenti. Tra queste, resta irrisolto il tema dell’adeguamento antisismico del presidio ospedaliero, che non può essere considerato un dettaglio tecnico ma rappresenta una questione di sicurezza pubblica. Dinnanzi ad una calamità, crediamo che nessun organismo giudiziario chiuda l’inchiesta con la locuzione “siamo in attesa del nuovo ospedale”. Di converso, desta molta perplessità, in questo contesto, l’applicazione delle azione proattive di prevenzione della legge 81 e della normativa antincendio.

Ospedale fragile e sicurezza ancora irrisolta

E mentre questi nodi restano senza risposta, il sistema continua a produrre segnali evidenti di disfunzione. Il dato più emblematico riguarda il pronto soccorso. Dal PNE (Piano Nazionale Esiti) 2025 Nel contesto vibonese, l’accesso da codici verdi dimessi nella stessa giornata e pari al 51%0. Questo non è un problema di emergenza. È un problema di territorio che non filtra la domanda sanitaria. Ed è proprio il territorio il grande assente della narrazione.

Il pronto soccorso come specchio del fallimento territoriale

La chiusura o la riduzione delle postazioni di guardia medica, formalizzata attraverso la delibera n. 176 dell’8 aprile 2026, rappresenta un segnale emblematico. In un contesto in cui il territorio dovrebbe essere rafforzato, si interviene riducendo uno dei presidi fondamentali di accesso alle cure. E mentre si parla di rafforzamento del territorio, i numeri della continuità assistenziale raccontano una realtà opposta. A fronte di un fabbisogno di 163 medici, ne risultano in servizio 131: una scopertura di circa il 20%, che si traduce in oltre 380 turni mensili non coperti, cioè più di 12 turni al giorno. Non è solo una carenza, è una carenza non governata. In un sistema già segnato da un’alta inappropriatezza degli accessi al pronto soccorso – con il 70–75% di codici verdi dimessi in giornata – ridurre o non riorganizzare efficacemente le guardie mediche significa spostare ulteriormente la domanda verso l’ospedale. Meno territorio, più pronto soccorso; meno filtro, più inappropriatezza. Ma di più, tale intervento non può essere giustificato dal ridotto utilizzo del modello gestionale. La Continuità assistenziale mediante guardia medica, rappresenta un presidio di civiltà di una comunità alla stregua di tanti organismi pubblici, la cui esistenza ha la funzione di garantire la capillarità dello stato sul territorio.

Guardie mediche ridotte e carenze non governate

Un modello di governo della carenza, fondato sull’incremento programmato dei turni pro-capite e su un incentivo del 100% per i turni eccedenti, consentirebbe di recuperare integralmente o quasi il fabbisogno senza modificare l’assetto delle postazioni. Il costo aggiuntivo reale di questa operazione, al netto del valore ordinario dei turni, può essere stimato in circa 57.000 euro mensili, pari a poco più di 690.000 euro annui. La valutazione di questa spesa non può essere fatta in termini contabili, ma in termini di efficacia. In un contesto in cui il 70–75% degli accessi al pronto soccorso è costituito da codici verdi dimessi nella stessa giornata, anche una riduzione parziale di questi accessi sarebbe sufficiente a compensare il costo dell’intervento. Con un costo medio per accesso improprio stimabile tra 150 e 250 euro, basterebbe evitare circa 250–380 accessi mensili per raggiungere un punto di equilibrio economico.

Ma il vero valore di questo modello non è solo il possibile pareggio finanziario. È l’impatto sul sistema. Rafforzare la continuità assistenziale significa restituire al territorio la funzione di filtro della domanda, ridurre la pressione sugli ospedali, migliorare la tempestività della presa in carico e, di conseguenza, incidere sugli esiti. Le evidenze epidemiologiche dimostrano che nei sistemi in cui la continuità assistenziale è debole aumentano i rischi di riospedalizzazione e mortalità per patologie croniche e post-acute.

In questa prospettiva, l’incentivazione dei turni eccedenti non rappresenta un costo aggiuntivo, ma un investimento mirato nella qualità del sistema. Non si tratta di coprire semplicemente dei turni, ma di ripristinare una funzione fondamentale della sanità territoriale. Il punto, dunque, non è se esistano le risorse. Il punto è se esista la volontà di governarle. Perché anche una carenza può essere sostenibile. Ma solo se viene gestita.

Il territorio assente: AFT e distretto senza regia

In questo scenario, colpisce anche un’assenza significativa nella narrazione ufficiale: quella relativa al funzionamento delle Aggregazioni Funzionali Territoriali. “Le AFT non sostituiscono la guardia medica, ma ne liberano il carico improprio. Coprendo stabilmente la fascia 8–20, intercettano quella domanda sanitaria che oggi si riversa su guardie mediche e pronto soccorso, consentendo alla continuità assistenziale di tornare alla sua funzione originaria: gestire le urgenze territoriali nelle ore notturne e festive.”

Il DM 77/2022 stabilisce con chiarezza che il territorio deve essere il fulcro della sanità contemporanea, il luogo della presa in carico, della gestione della cronicità, della continuità assistenziale. Ma i dati raccontano altro. Il distretto sanitario assorbe una quota stimabile tra il 40 e il 50% della spesa sanitaria, ma nel caso dell’Asp di Vibo la sua governance appare tardiva, fragile, priva di un piano realmente operativo. I servizi residenziali e semiresidenziali non risultano adeguatamente sviluppati, la rete non è integrata, la presa in carico dei pazienti cronici resta debole.

Liste d’attesa, posti vuoti e domanda senza risposta

La realtà operativa conferma questa analisi. A fronte di una capacità contrattualizzata di circa 7.000 accessi annui in regime semiresidenziale, oltre l’ottanta percento dell’ offerta resta inutilizzata a fronte di una lista di attesa che si incrementa. Su circa 120 istanze documentate, solo una quota minima viene definita (37/120(31%) -, mentre la maggioranza resta sospesa per oltre 50 giorni. I posti letto disponibili non vengono utilizzati, le dimissioni protette vengono negate nonostante la capienza ricettiva ed economica (vedi la lettera del medico), le strutture accreditate non sono integrate nella rete per mancato accesso alla piattaforma COT ( centrali operative territoriali).

Si genera così una frattura tra offerta e domanda che non è fisiologica, ma patologica , in quanto genera liste di attesa a fronte di una offerta non saturata. Ma il paradosso si raggiunge quando, a fronte di una mobilità attiva (richiesta COT di Cittanova per paziente ricoverata a Reggio) su modelli territoriali degenziali, il PUA nega una dimissione protetta definendo saturi i posti convenzionati, mentre invero è presente capienza recettiva ed anche economica. Ed ancora, una organizzazione territoriale residenziale e semiresidenziale – normata dal legislatore per dare un “ ombrella “ ai diversi bisogni funzionali territoriali che sono fortemente espressi sul territorio vibonese: disturbi correlati a patologie dell’età evolutiva ( Patologie ortopediche 800 pazienti/anno; patologie cerebrovascolari 328 pazienti/anno; BPCO 263 pazienti/anno; infarto miocardico-rivascolarizzazione miocardica 473 pazienti /anno)(dati PNE2025) – viene gestita con lista unica di attesa per cui il recente by-pass dimesso dalla riabilitazione intensiva che deve proseguire in regime semiresidenziale il suo percorso di recupero funzionale non può accedere al servizio perchè nella lista di attesa viene dopo il bambino con disturbi del linguaggio che ha prodotto istanza un anno prima come se i due utenti condividessero lo stesso percorso riabilitativo.

Collo di bottiglia

Ed ancora, si stravolge l’organizzazione del DM 77/2022 e l’UVM diventa il collo di bottiglia, rivendicando l’appropriatezza prescrittiva al modello gestionale del paziente proveniente dall’acuzie o dalla fase intensiva, solo se esiste la prescrizione del fisiatra pubblico; cosi il paziente dimesso dalla riabilitazione intensiva con indicazione alla fase estensiva, oppure che chiede una proroga del trattamento estensivo deve richiedere una valutazione del fisiatra ambulatoriale che tramite cup può mediamente vedere il paziente dopo 3 mesi; evidenza non supportata dal piano di indirizzo della riabilitazione. (CSR 2011 – 2021).

Mobilità passiva e rischio clinico: i numeri degli esiti

Le conseguenze sono inevitabili. Le liste d’attesa aumentano, i cittadini si rivolgono al privato, cresce la mobilità passiva verso altre province e altre regioni. La Calabria è già tra le regioni con i più alti livelli di mobilità sanitaria passiva, e il territorio vibonese amplifica questo fenomeno. Non per mancanza di risorse, ma per incapacità di utilizzarle. Eppure, di tutto questo si discute poco. Come se riguardasse pochi. In realtà, riguarda una platea ampia: oltre 1.800 pazienti all’anno che, dopo la fase acuta, necessitano di continuità assistenziale — tra patologie ortopediche, cerebrovascolari, BPCO e infarto. Ed è proprio qui che si misura il fallimento del sistema.

I dati del Programma Nazionale Esiti dimostrano che, dove la presa in carico territoriale è debole come a Vibo , aumentano riospedalizzazioni a 30 giorni e mortalità precoce, con incrementi del rischio anche del 15–20%. Quando la continuità si interrompe, il rischio clinico cresce. Quei pazienti non sono numeri. Sono esiti. Ogni ritardo diventa una complicanza evitabile. Ogni percorso interrotto, un nuovo ricovero. Il problema non è solo organizzativo. È clinico. Significa che mediamente da 270 a 360 pazienti sperimentano nei 30 gg successivi un evento clinico Maggiore ( ospedalizzazione o mortalità).

Fondi congelati e diritto alla salute sempre più selettivo

Di fronte a una domanda sanitaria così ampia e documentata, e a un’offerta già accreditata e disponibile, non trova alcuna giustificazione il congelamento dei fondi destinati alla sanità territoriale (incremento offerta DCA 302/2025 annualità 2025 2,5 milioni). Una scelta che, nei fatti, non riduce la spesa ma la sposta sui cittadini, costretti a pagare di tasca propria o ad essere inseriti in liste d’attesa incompatibili con i bisogni clinici. Non è una misura di governo. È una rinuncia alla presa in carico. E quando il Sistema Pubblico rinuncia a utilizzare le risorse disponibili, il diritto alla salute smette di essere universale e diventa selettivo.

Mancanza di confronto e crisi della governance sanitaria

In questo quadro, la responsabilità della Direzione sanitaria non può essere elusa. Non siamo di fronte a criticità episodiche, ma a una mancata governance. La Direzione sanitaria è chiamata a garantire coerenza tra offerta e domanda, a integrare le strutture, a ridurre i tempi, a rendere operativi i percorsi. Quando questo non accade, la responsabilità diventa evidente.

E diventa ancora più evidente se si considera l’assenza di una dimensione tecnica e professionale del confronto. Nonostante la reiterata necessità di attivare un tavolo tecnico con gli operatori del settore, il dialogo non si sviluppa, le competenze diffuse non vengono valorizzate non si determina quella condivisione di best practice di medicina basata sull’evidenza. Il sistema si chiude, si irrigidisce, perde capacità di miglioramento e sovverte ogni regola normata dal legislatore come atto di garanzia per il buon funzionamento; quando il dialogo si interrompe e il confronto viene respinto, il rischio è quello di scivolare verso una gestione autoreferenziale, distante dai bisogni reali. Ma il problema, a questo punto, non è più solo sanitario. Diventa democratico. La mancanza di confronto, il silenzio reiterato, l’assenza di interlocuzione con cittadini e operatori indicano una gestione fondata su una logica di potere precostituito, distante dalla cultura partecipativa che dovrebbe caratterizzare un sistema pubblico. È una postura che non appartiene a un Paese civile.

Incapacità di governance

E il punto più grave è che, in questo contesto, il diritto alla salute viene compresso non per capienza ricettiva o per mancanza di risorse economiche, ma per incapacità di governance. Le strutture esistono, le prestazioni sono disponibili, i posti sono contrattualizzati. Ma il sistema non riesce a utilizzarli. E allora la distanza tra narrazione e realtà diventa inaccettabile. Perché la sanità non si misura nelle parole. Si misura negli esiti. E oggi, a Vibo Valentia, quegli esiti raccontano una verità che non può più essere ignorata.

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