Reparti fusi, presidi cancellati, primari e responsabili costretti a guidare più ospedali contemporaneamente. Il volto della sanità pubblica italiana è cambiato anche – e soprattutto – nei suoi vertici. Tra il 2013 e il 2023 sono state eliminate 1.424 direzioni di Struttura complessa, il 18,6% del totale nazionale. Un colpo che non riguarda solo le scrivanie, ma l’ossatura decisionale del sistema. Il dato emerge dallo studio Anaao Assomed sui numeri del conto annuale del Tesoro e racconta una sanità sempre più povera di competenze manageriali e cliniche, proprio mentre cresce la complessità delle cure e delle reti ospedaliere.
La grande sforbiciata alle strutture
Ancora più netto è il tracollo delle Strutture semplici, le unità operative che garantiscono prossimità e specializzazione nei reparti: dalle 15.585 del 2013 si è scesi a 8.866 nel 2023. In dieci anni sono sparite 6.719 direzioni, una riduzione del 43% che ha reso più fragile l’organizzazione interna degli ospedali. Il taglio non è stato uniforme. Le regioni più colpite sono Basilicata (-75,85%), Sardegna (-74,95%), Umbria (-66,27%), Campania (-64%) e Calabria (-61,15%). In molte realtà del Sud, una su due di queste strutture è stata cancellata.
Nord e Sud sempre più distanti
Il ridimensionamento ha ampliato il solco territoriale. Nel Nord la riduzione delle Strutture semplici si ferma al 33%, al Centro sale al 44%, mentre nel Mezzogiorno arriva al 55%. Meno direzioni significa meno autonomia clinica, meno possibilità di programmazione e maggiore accentramento, con effetti diretti sull’accesso alle cure. “Questi numeri – avverte il segretario nazionale Anaao Assomed, Pierino Di Silverio – sono la fotografia dell’insoddisfazione di medici e dirigenti sanitari, stretti tra burocrazia e nuove interferenze gestionali che arrivano persino dalle università”. Una sanità con meno teste e più pesi sulle spalle di chi resta, mentre la domanda di salute continua a crescere.


