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Sanità vibonese, le risorse ci sono ma le cure restano sospese

Fondi disponibili e norme chiare non bastano se la macchina amministrativa perde il senso della responsabilità verso i cittadini

Per oltre due anni il territorio vibonese ha denunciato una verità scomoda: i Livelli Essenziali di Assistenza, soprattutto nell’area socio-sanitaria e della continuità assistenziale, non venivano garantiti. Famiglie e caregiver hanno sostenuto costi ingenti per prestazioni che avrebbero dovuto essere assicurate dal servizio pubblico. Non si trattava di richieste straordinarie, ma di cure dovute: riabilitazione estensiva, assistenza residenziale medicalizzata, percorsi di post-acuzie indispensabili per evitare ricoveri impropri e mobilità passiva. Oggi, però, il quadro è radicalmente cambiato. La Regione Calabria ha finalmente messo a disposizione risorse significative e, soprattutto, ha costruito una cornice normativa chiara che consente di acquistare sul territorio vibonese le prestazioni socio-sanitarie necessarie per colmare Lea storicamente carenti.

I decreti che cambiano tutto

Il punto di svolta è rappresentato dal combinato disposto del Dca 302 e del Dca 316. Il primo ha ridefinito i livelli massimi di finanziamento per il triennio 2025–2027; il secondo ne ha chiarito l’utilizzo, consentendo alle Aziende sanitarie di impiegare non solo il finanziamento ordinario, ma anche gli incrementi ad hoc e le risorse non spese nelle annualità precedenti. Per l’Asp di Vibo Valentia questo significa numeri concreti, non annunci. Nel 2026 la disponibilità finanziaria complessiva supera i 10 milioni di euro, sommando il finanziamento ordinario, l’incremento ad hoc previsto dal Dca 302 e le risorse non utilizzate nel 2025, rese pienamente disponibili dal Dca 316. A fronte di questa dotazione, il fabbisogno economico individuato dalla stessa programmazione aziendale per attivare l’offerta privata accreditata esistente sul territorio è di poco superiore ai 5 milioni di euro annui.

Recuperate risorse sufficienti

Le risorse, dunque, non solo ci sono, ma sono più che sufficienti. Non è solo una questione contabile. Con queste risorse può essere finalmente costruita quella rete territoriale evocata da anni e oggi prevista dalla riforma: una rete capace di collegare l’ospedale per acuti alle Centrali Operative Territoriali e, da queste, ai servizi residenziali, semiresidenziali e riabilitativi. È qui che nasce la vera continuità assistenziale: dimissioni protette, presa in carico delle cronicità, riduzione dei ricoveri evitabili, rispetto della dignità delle persone fragili.

La Regione si è svegliata

La Regione, oggi, questa possibilità l’ha resa concreta. Eppure, a oltre un mese dalla piena disponibilità delle risorse, la tecnostruttura dell’Asp stenta ad attivare le contrattualizzazioni. Gli atti non arrivano, le strutture restano ferme, i cittadini continuano a pagare. È un paradosso difficile da giustificare: mentre i fondi sono formalmente assegnati e utilizzabili, la risposta assistenziale resta sospesa.

Un altro Natale di sacrifici

Le motivazioni del ritardo possono essere molteplici: prudenza amministrativa, difficoltà organizzative, inerzie procedurali. Ma ciò che colpisce sempre di più è la perdita di una dimensione etica dell’azione amministrativa. Perché dietro ogni contratto che non viene firmato ci sono cittadini che, da anni, anticipano di tasca propria prestazioni Lea. Anche questo Natale è passato così: famiglie costrette a sostenere costi ingenti, nonostante le risorse pubbliche esistano e siano disponibili.

Prevalgono le rigidità amministrative

Sorge allora un interrogativo più profondo, che va oltre i tecnicismi: non si sta forse manifestando una grave asimmetria decisionale all’interno della tecnostruttura? Una situazione in cui la componente sanitaria appare silente, mentre prevalgono rigidità amministrative e atteggiamenti che talvolta assumono i contorni di una logica punitiva, distante dal territorio e dai suoi bisogni reali. In questo contesto emerge con forza un nodo cruciale: la tecnostruttura non ha bisogno di prove generali o di simulazioni di futuri direttori generali, ma di professionalità solide, radicate nei principi dell’evidence based medicine, della lettura reale del bisogno territoriale e dell’equità di accesso alle cure.

Un problema umano

Servono competenze capaci di trasformare risorse e norme in servizi concreti, non apparati paralizzati dall’attesa o da equilibri estranei alla missione sanitaria. Prima dei decreti e dei bilanci, il tema è umano. È necessario recuperare una dimensione etica “laica” della responsabilità amministrativa: quella che fa della propria azione un principio di ordine, razionalità e servizio del bene comune. Non un’etica declamata, ma praticata quotidianamente attraverso decisioni tempestive, fondate sull’evidenza scientifica e orientate alla tutela delle persone più fragili.

Ora mancano competenze e coraggio

Oggi non mancano né le risorse né le regole. Manca, semmai, la capacità – e il coraggio – di tradurle in atti concreti. Dopo anni di denunce, il territorio vibonese non chiede più promesse, ma scelte. E chiede che, accanto alla legittimità amministrativa, venga finalmente recuperata la responsabilità morale e civile di garantire cure dovute, qui e ora. Il tempo delle spiegazioni sta finendo. È iniziato quello delle decisioni.

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