La ricchezza di un imprenditore, il potere di una società finanziaria e la capacità di influenzare le scelte economiche delle grandi potenze. È intorno a questo intreccio che ruota l’analisi dal titolo “L’Anomalia Tether: se un privato cittadino ha in pugno la sovranità degli Stati”, pubblicata su Dirigenti Industria, nell’edizione FM Friuli Venezia Giulia.
A firmare il contributo sono tre professionisti con competenze ed esperienze diverse: Daniele Damele, presidente di Federmanager Friuli Venezia Giulia; Marco Ertman, commercialista e revisore e Francesco Greco, manager e segretario organizzativo di Confael. La loro riflessione affronta una questione che va ben oltre il mercato delle criptovalute: quanto potere può concentrare nelle proprie mani un soggetto privato quando controlla risorse finanziarie di dimensioni paragonabili a quelle di uno Stato?
Il caso Devasini e la crescita di Tether
Il punto di partenza è Giancarlo Devasini, indicato da Forbes come l’uomo più ricco d’Italia, con un patrimonio stimato in 89,3 miliardi di dollari. Un risultato legato alla crescita di Tether, la società che emette USDT, una delle principali stablecoin al mondo, il cui valore è ancorato al dollaro.
Per i tre autori, la vicenda rappresenta un’anomalia che merita attenzione anche sul piano geopolitico. Il patrimonio accumulato da Devasini e il peso finanziario raggiunto dalla società pongono interrogativi sul rapporto tra ricchezza privata, controllo della moneta e sovranità nazionale. Tether ha infatti superato una capitalizzazione di mercato di 180 miliardi di dollari. La sua stablecoin, nata per mantenere un rapporto di cambio di uno a uno con il dollaro, è diventata un’infrastruttura finanziaria utilizzata in tutto il mondo, soprattutto negli scambi di criptovalute.
A garanzia delle monete digitali emesse, la società detiene ingenti riserve finanziarie, investite in larga parte in titoli del Tesoro statunitense. Secondo i dati richiamati nell’analisi, gli investimenti in Treasury Bills supererebbero i 140 miliardi di dollari, collocando Tether tra i maggiori creditori degli Stati Uniti, davanti ad alcuni Paesi sovrani.
Quando la finanza privata incide sul debito pubblico
È qui che nasce la preoccupazione degli autori. Una società privata, attraverso le proprie decisioni di investimento, può arrivare a detenere una quantità di titoli pubblici tale da assumere un peso significativo negli equilibri finanziari di una grande potenza. Un’eventuale vendita massiccia di questi titoli, oppure una crisi di fiducia nella stablecoin, potrebbe avere ripercussioni sui mercati obbligazionari, sui tassi d’interesse e sul costo del debito americano.
La questione non è soltanto finanziaria. Uno Stato che dipende, anche indirettamente, da grandi detentori privati del proprio debito si trova esposto a decisioni che non rispondono necessariamente a valutazioni politiche o diplomatiche, ma possono essere assunte sulla base di interessi aziendali.
A questo si aggiunge il tema delle sanzioni internazionali. USDT viene utilizzata anche in Paesi e contesti nei quali i tradizionali circuiti bancari sono sottoposti a restrizioni. Gli autori richiamano il rischio che le stablecoin possano diventare strumenti per aggirare i controlli finanziari e ridurre l’efficacia delle sanzioni imposte dalle autorità internazionali.
Una rendita finanziaria nelle mani di pochi
Un altro aspetto riguarda la struttura di Tether. Secondo la ricostruzione proposta nell’articolo, l’azienda sarebbe riuscita a raggiungere dimensioni finanziarie globali con un organico relativamente contenuto, concentrando nelle mani dei propri azionisti un potere economico considerevole. Il problema individuato da Damele, Ertman e Greco è proprio la sproporzione tra la dimensione dell’organizzazione privata e la sua capacità di incidere sui mercati internazionali. A differenza delle istituzioni pubbliche, una società privata non risponde a un mandato democratico e non è sottoposta agli stessi meccanismi di responsabilità politica.
Al centro della riflessione c’è anche il cosiddetto signoraggio, cioè il guadagno derivante dall’emissione della moneta e dall’impiego delle risorse raccolte.
Come Tether guadagna dall’emissione di USDT
Il meccanismo è relativamente semplice. Chi acquista USDT consegna denaro alla società e riceve in cambio una quantità equivalente di moneta digitale. Tether utilizza le risorse raccolte per acquistare attività finanziarie, soprattutto titoli del Tesoro americano, che producono interessi. Il possessore della stablecoin, invece, non riceve normalmente alcun rendimento. La differenza tra gli interessi incassati sugli investimenti e il costo della raccolta rappresenta una fonte di guadagno per la società.
È questo il passaggio che gli autori considerano particolarmente significativo: una rendita finanziaria che, pur derivando dalla raccolta di risorse da parte di milioni di utilizzatori, viene concentrata nelle mani dei proprietari dell’impresa.
Il confronto viene fatto anche con il sistema delle banche centrali. Nell’Eurosistema, il reddito monetario è disciplinato dall’articolo 32 dello Statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea e viene redistribuito secondo regole istituzionali. Nel caso di Tether, invece, i rendimenti rimangono nell’ambito di una struttura privata.
Bitcoin e Tether: due modelli differenti
L’analisi distingue inoltre il modello di Bitcoin da quello delle stablecoin. Bitcoin non ha un emittente centrale. Le nuove unità vengono create attraverso il mining, un processo nel quale operatori indipendenti mettono a disposizione potenza di calcolo per validare le transazioni sulla blockchain, ricevendo in cambio una ricompensa.
È un sistema competitivo, nel quale i partecipanti sostengono direttamente i costi delle apparecchiature, dell’energia e dell’attività di validazione. La redditività dipende dalla capacità di operare in modo efficiente e dalla competizione con gli altri partecipanti.
Tether segue invece un modello centralizzato: esiste una società che emette la moneta digitale, raccoglie le risorse, le investe e trattiene i rendimenti. Per i tre autori, la differenza è sostanziale perché nel primo caso il processo di creazione monetaria è distribuito tra gli operatori, mentre nel secondo i vantaggi economici si concentrano nella struttura proprietaria dell’emittente.
La politica chiamata a intervenire
Nella parte conclusiva, Damele, Ertman e Greco chiamano in causa le responsabilità della politica e delle istituzioni finanziarie internazionali. Per anni, sostengono, il fenomeno delle criptovalute sarebbe stato considerato prevalentemente una questione speculativa, sottovalutandone le possibili conseguenze sugli equilibri economici e geopolitici. Nel frattempo, società come Tether hanno conquistato spazi sempre più ampi, raccogliendo risorse, sviluppando infrastrutture finanziarie e diventando importanti investitori nei titoli del debito pubblico.
La questione, dunque, non riguarda soltanto la regolamentazione delle criptovalute, ma la capacità degli Stati di mantenere il controllo sui meccanismi che incidono sulla propria sovranità monetaria.
Chi controlla davvero il potere della moneta?
La riflessione dei tre professionisti conduce a una domanda di fondo: nell’economia digitale, chi deve controllare e beneficiare della ricchezza generata dall’emissione monetaria? L’ascesa di Tether e il patrimonio accumulato da Giancarlo Devasini, secondo la lettura proposta dagli autori, rappresentano il segnale di un cambiamento nei rapporti tra finanza privata e istituzioni pubbliche. Un cambiamento che impone ai governi di non limitarsi a inseguire l’innovazione tecnologica, ma di affrontare le conseguenze economiche e politiche di un potere finanziario sempre più concentrato.



