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L’ultimo saluto a Salvatore Solano, il dolore di una comunità davanti a una vita segnata dalla sofferenza

Funerali carichi di commozione a San Nicola de Legistis (Limbadi) per il 40enne costretto in carrozzina fin dalla nascita: applausi, palloncini e l’abbraccio collettivo alla famiglia nel ricordo di una lunga battaglia vissuta tra dolore, dignità e solitudine assistenziale

Giornata carica di commozione  ai funerali di Salvatore Solano, scomparso all’età di 40 anni. Una vita trascorsa prigioniero del suo corpo, costretto sulla sedia a rotella fin dalla nascita. La sua è stata una storia provata dalla sofferenza, ma anche di lotta estrema, con la speranza di poter strappare un sorriso alla vita, in un territorio dove l’assistenza è lasciata sulle spalle, spesso fragili, delle famiglie.

L’omelia del parroco don Cosma Raso

Durante il rito funebre (che si è svolto sabato 14 marzo alle 15 nella chiesa di San Nicola de Legistis) c’è stato un forte abbraccio della comunità che si è stretta attorno al dolore della famiglia Solano e Contartese (la mamma Carmela Alfonsina Contartese, il padre Cosma, il fratello Bruno e le sorelle Lidia e Loredana) con una partecipazione commossa che racconta la compassione e la pietas che si prova quando scompare un essere umano la cui vita è stata un continuo calvario.

Lo ha messo in luce durante l’omelia il parroco don Cosma Raso, esprimendo il convincimento cristiano che l’anima di Salvatore sarà accolta in paradiso, dopo tanto patimento. Le esequie sono state concelebrate dagli ex parroci don Michele Arena e don Francesco Pontoriero e da don Emanuele Nardo (viceparroco della chiesa Resurrezione di Gesù di Pizzo), parente del defunto.

La vita, un’opera teatrale

A farsi interpreti della profonda tristezza cugini e nipoti. Lo hanno ricordato utilizzando l’ipocoristico “Totò” e rievocando i momenti belli vissuti insieme, quei rari episodi in cui sul volto di Salvatore germogliava il sorriso. Maria Catena, Giusi, Angela hanno voluto così testimoniare i loro sentimenti alla fine della messa, insieme al nipote Nicola (figlio di Lidia). Per sintetizzare la drammatica parabola esistenziale dello zio, ha citato una celebre frase di Charlie Chaplin: “La vita è come un’opera teatrale, che non ha prove iniziali: canta, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita prima che l’opera finisca priva di applausi”.

Palloncini bianchi e applausi per salutare il feretro

E invece per Salvatore l’opera si è chiusa con tanti applausi. Quando il feretro è uscito dalla chiesa, accompagnato dalla marcia funebre della banda, sono stati lanciati dei palloncini e tre colombi bianchi, a simboleggiare l’innocenza e l’anima del defunto che si eleva al cielo in viaggio verso il paradiso. E a salutare Salvatore anche un grande striscione con un messaggio: “Ora che sei diventato una stella ammireremo la tua luce dal basso”.

Un pensiero per medici e infermieri

La famiglia ha voluto ringraziare i tanti che hanno partecipato al lutto manifestando il loro cordoglio e tutti coloro che hanno voluto bene a Salvatore. Il pensiero è andato anche a tutti i medici e gli infermieri che lo hanno assistito nei tanti momenti di crisi che Salvatore ha vissuto durante la sua vita. Particolare gratitudine è stata espressa dal fratello Bruno agli operatori (medici e infermieri) del reparto di Rianimazione dell’ospedale Jazzolino di Vibo Valentia (dove Salvatore è rimasto ricoverato per oltre un mese), guidato dal primario Peppino Oppedisano, per essersi prodigati nell’assistere Salvatore nell’ultimo drammatico frangente di vita in lotta tra la vita e la morte, prima che esalasse l’ultimo respiro.

Il dolore della mamma

Si chiude così la drammatica storia di questo giovane uomo che, nell’arco della sua esistenza, ha patito una condizione di inimmaginabile sofferenza, e con lui la sua famiglia, in particolare la madre Carmela Alfonsina, che ha dovuto sacrificare ogni minuto della sua vita nell’assistenza del figlio.

Una condizione che vivono tante altre famiglie, molto spesso abbandonate a sé stessi, in quanto sul territorio non ci sono strutture in grado di accogliere creature umane che hanno avuto in sorte un corpo che non permette l’autosufficienza psicofisica. Mentre per costruire e vendere armi per massacrare l’umanità, i governi trovano fiumi di danaro, per alleviare le sofferenze delle famiglie non si trovano fondi. Ai posteri l’ardua sentenza!

 

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