L’avviso di conclusione delle indagini preliminari, emesso dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, restituisce un quadro pesante e articolato della cosca Iannazzo, organizzazione ‘ndranghetistica già cristallizzata in precedenti sentenze passate in giudicato. Secondo gli inquirenti, il gruppo avrebbe continuato a esercitare un controllo stabile e penetrante su ampie porzioni del Lametino, da Lamezia Terme a Gizzeria, fino a Falerna e Nocera Terinese, imponendo la propria forza intimidatrice sulle attività economiche e alimentando un sistema di “giustizia privata” alternativo a quello dello Stato.
Al vertice del sodalizio viene indicato Francesco Iannazzo, detto “U Cafarone”, che – pur detenuto nel carcere di Sulmona – avrebbe continuato a dirigere il clan impartendo disposizioni durante i colloqui e mantenendo il controllo della “cassa comune”, affidata, secondo l’accusa, alla moglie Giovannina Rizzo. Un ruolo centrale viene attribuito anche ad Antonio Iannazzo, “Mastru ’Ntoni”, ritenuto il riferimento operativo dopo l’arresto del fratello, e a Pierdomenico Iannazzo, accusato di aver gestito attività di autonoleggio fittiziamente intestate e di aver detenuto armi per conto della cosca.
Le estorsioni e il sistema del clan
Tra gli episodi più gravi ricostruiti nell’inchiesta figurano le pressioni estorsive ai danni di Carmine Cimino, maturate nel contesto del recupero di un credito legato al noleggio di un’autovettura. La vittima, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stata sottoposta a minacce pesantissime, fino al rischio di ritorsioni mortali, e costretta a consegnare denaro, assegni e persino beni in natura, come olio d’oliva.
Nello stesso contesto emerge la figura di Francesco Amantea, indicato dagli investigatori come una sorta di ambasciatore e factotum del clan, incaricato di veicolare messaggi, mediare e gestire anche prestiti usurari con tassi che avrebbero raggiunto il 100 per cento del capitale. Un meccanismo che, secondo la Dda, confermerebbe la capacità della cosca di esercitare pressione economica e sociale sul territorio attraverso un sistema ramificato e collaudato.
Prestanome, carcere e gli undici indagati
Le indagini puntano inoltre l’attenzione sull’intestazione fittizia della società “Unirei s.r.l.” a Giuseppe Ruffo, ritenuta funzionale ad aggirare le misure di prevenzione patrimoniali, e sulla presunta capacità di Emanuele Iannazzo di mantenere comunicazioni dall’interno del carcere di Siracusa attraverso numerosi telefoni cellulari intestati a soggetti inesistenti.
Sono undici le persone indagate nel procedimento: Francesco Amantea, Mario Gattini, Antonio Iannazzo, Debora Iannazzo, Emanuele Iannazzo, Francesco Iannazzo detto “U Cafarone”, Francesco Iannazzo figlio di Pierdomenico, Pierdomenico Iannazzo, Vincenzo Iannazzo, Giovannina Rizzo e Giuseppe Ruffo. L’avviso di conclusione delle indagini rappresenta ora un passaggio decisivo dell’inchiesta, che cristallizza l’impianto accusatorio della Dda su una cosca ritenuta ancora capace di mantenere relazioni, comando e influenza sul territorio nonostante arresti e detenzione dei suoi vertici.


