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Porto di Gioia Tauro, il sistema Piromalli: senza il via libera della cosca non si lavorava

L’inchiesta “Res Tauro” svela un controllo totale sull’economia: imprese e appalti subordinati al potere del clan

“Io, quando si tratta di amici, mi interesso… con altri li caccio in mala maniera… però ci sono quelli che si possono cacciare e quelli che no”. È in questa frase che si condensa il potere discrezionale esercitato dal boss Pino Piromalli sul territorio di Gioia Tauro. A riportarlo è la Gazzetta del Sud stamane in edicola, che ricostruisce i passaggi più significativi dell’inchiesta “Res Tauro”.

Non solo parole, ma un metodo. “Questo amico ha bisogno… glielo dobbiamo dare”, oppure “sappiamo che c’è compare Pino Piromalli e prima di fare un lavoro…”. Fino alla sintesi più esplicita: “voi tenete presente sempre che Piromalli è un amico vostro… e non si scappa”. Un linguaggio che traduce in regole ferree il funzionamento di un sistema economico parallelo.

Il lasciapassare della cosca

Dalle carte dell’indagine emerge un dato chiaro: per lavorare nell’area di Gioia Tauro non bastavano capitali o capacità imprenditoriali. Serviva un’autorizzazione informale, ma imprescindibile. Il rapporto con la cosca diventava il vero criterio di selezione, determinando inclusioni ed esclusioni nel tessuto produttivo locale.

Il porto come snodo strategico

Il porto di Gioia Tauro, uno dei principali hub del Mediterraneo, appare come il cuore di questo sistema. Un’infrastruttura strategica che, secondo gli inquirenti, sarebbe stata piegata a logiche di controllo criminale, dove appalti, servizi e attività economiche venivano influenzati da equilibri imposti dalla ’ndrangheta.

Un potere senza alternative

“Non si scappa”. È questa l’essenza del meccanismo raccontato dall’inchiesta. Un sistema chiuso, in cui la libertà d’impresa viene compressa e subordinata a un potere discrezionale che decide chi può operare e chi no.

L’inchiesta “Res Tauro” restituisce così l’immagine di un territorio in cui l’economia legale fatica a emanciparsi da un controllo pervasivo. Un quadro che riaccende i riflettori sulla necessità di difendere il porto di Gioia Tauro e il suo indotto da ogni forma di condizionamento mafioso, restituendo al mercato regole trasparenti e autonomia reale.

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