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Serra San Bruno, la lezione degli studenti contro la ’ndrangheta

A Palazzo Chimirri, le testimonianze di Vincenzo Chindamo e Martino Ceravolo hanno dato vita a un confronto diretto con le classi III e IV dell’IIS “Einaudi”, rompendo l’omertà e rafforzando l’impegno delle nuove generazioni contro l’arroganza dei clan

C’è un momento preciso in cui capisci che la ‘ndrangheta ha perso: è quando la paura cambia direzione. Oggi, tra le mura di Palazzo Chimirri, a Serra San Bruno, quel “miracolo” si è compiuto sotto gli occhi di tanti studenti. Non è stata la solita passerella sull’antimafia di facciata, ma un corpo a corpo con il dolore vero, quello che non passa con degli arresti e non si placa con una sentenza. Le classi III e IV dell’IIS “Einaudi” erano lì, pigiate in una sala diventata improvvisamente troppo piccola per contenere l’emozione. Ma è stato il silenzio a fare più rumore. Un silenzio assordante, di quelli che si sentono solo quando qualcuno ti mette davanti lo specchio di una realtà cruda, senza filtri.

Il sacrificio di Filippo e il “fine pena mai” dei giusti

Martino Ceravolo ha parlato con la forza di chi ha trasformato il lutto in trincea. Ha ripercorso quei giorni drammatici, l’odore dell’asfalto e il sangue innocente di suo figlio Filippo, ucciso per errore in un agguato di ‘ndrangheta lungo la strada che collega Soriano Calabro a Pizzoni. “Filippo non è morto, perché il suo sacrificio non può essere vano”, ha scandito Martino, guardando dritto negli occhi i ragazzi. Ma il giornalismo, quello vero, deve raccontare la ferita: “Il vero ergastolo ce l’abbiamo noi familiari. Non è facile andare a trovare un figlio al cimitero”, ha detto il papà di Filippo con la voce rotta dall’emozione. Eppure, in questo inferno, Martino ha rivendicato l’arma più potente: “Noi, a differenza loro, possiamo camminare a testa alta”. Una dignità che gli assassini, condannati moralmente e materialmente al “fine pena mai”, non conosceranno mai. Perché Filippo, nel giorno degli arresti, è “tornato” a casa sotto forma di giustizia.

Chindamo e la demolizione del mito mafioso

Vincenzo Chindamo non ha usato giri di parole. Ha preso il fantasma del terrore e lo ha smontato pezzo dopo pezzo. “Volevano mettere a tacere Maria, volevano mettere a tacere Filippo: non ci sono riusciti”. La sua è stata una sentenza senza appello contro la cultura mafiosa che strozza lo sviluppo della Calabria. Ha definito questi criminali per quello che sono: “Sfigati”. Niente onore, niente rispetto, solo marginalità sociale e umana mascherata da potere. Chindamo ha parlato di una “rinascita del coraggio”, di un “muro di gomma” che “finalmente si sta sgretolando”. Ma ha anche lanciato un monito: quando si parla di Calabria e di vibonese, bisogna avere il coraggio di dire tutto, senza sconti.

La scelta di campo tra i banchi

Uno dei momenti più sentiti della mattinata è stato il dialogo immaginario tra Maria Chindamo e Filippo Ceravolo, inscenato da due studenti. Borsellino diceva che la mafia svanirà quando la gioventù le negherà il consenso. Oggi, a Serra, quel consenso non è stato solo negato: è stato deriso, smascherato e sconfitto. La sala piena, le domande incalzanti degli alunni, la vicinanza fisica delle persone ai familiari: è questa la “scelta di campo quotidiana”. La lotta alla ‘ndrangheta non si fa solo nelle aule di tribunale, ma tra i banchi di scuola, dove il silenzio smette di essere omertà e diventa, finalmente, impegno concreto.

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