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Via Vespucci a rischio chiusura: si sacrifica Vibo Marina per tenere in vita Meridionale Petroli

Un'azienda dal passato pesante per avere lasciato cicatrici ambientali ovunque continua a godere del rispetto e della fiducia dell'Autorità portuale. La politica col "cappello in mano" per chiedere soldi pubblici e aiutare la delocalizzazione di chi ha fatto montagne di profitti

A Vibo Marina si sta consumando un passaggio decisivo. Non è ancora una decisione presa, ma il rischio è reale, concreto, imminente: la chiusura di via Vespucci è tra le ipotesi al vaglio del Comitato in Prefettura che sta lavorando al piano di sicurezza esterna a Meridionale Petroli. Una scelta che cambierebbe tutto: accesso limitato al lungomare, difficoltà ad arrivare all’arenile, attività economiche messe all’angolo. Un’intera area che verrebbe compressa per garantire la piena operatività di un impianto industriale.

Domani, 30 aprile, il tema potrebbe (dovrebbe) arrivare in Consiglio comunale con la richiesta di istituire una commissione speciale. Ma già si registrano resistenze. C’è chi parla di costi, di gettoni di presenza, di fondi che non ci sono. Un copione noto: si cercano ostacoli prima ancora di iniziare.

Un pericolo reale, non un’ipotesi lontana

Il piano di sicurezza esterna di Meridionale Petroli è in fase avanzata. E tra le soluzioni tecniche sul tavolo c’è proprio la chiusura di via Vespucci. Se dovesse passare questa linea, le conseguenze sarebbero immediate: estate compromessa, lungomare di fatto isolato, accesso al mare limitato. Attività economiche costrette a smantellare. Il caso Ristorante lido “La Rada” è emblematico. Diciotto lavoratori rischiano il posto. L’imprenditore Francesco Cascasi ha lanciato un allarme preciso, scritto alle istituzioni: “Così si chiude”. E mentre si discute, il tempo stringe.

Il paradosso dei soldi pubblici

La questione più pesante è un’altra. E riguarda il ruolo della politica. Da una parte si accetta – o si valuta – di chiudere una strada pubblica e sacrificare imprese locali. Dall’altra si lavora per trovare fondi pubblici da destinare alla delocalizzazione di Meridionale Petroli. Non per imporla in tempi certi. Non per chiudere una volta per tutte una stagione. Ma per accompagnarla, per facilitarla, per non creare attriti. È un ribaltamento totale. Perché qui non si parla di un’azienda qualsiasi. Si parla di una realtà che, ovunque abbia operato, ha lasciato dietro di sé problemi ambientali pesanti.

Le cicatrici sono sotto gli occhi di tutti

I precedenti sono chiari e documentati. A Gioia Tauro restano aree da bonificare e impianti mai realmente entrati in funzione. La battaglia portata avanti dall’ex presidente dell’Autorità Portuale, Andrea Agostinelli, che dalle finestre del suo ufficio indicava lo scempio lasciato nell’area portuale da Meridionale Petroli (impianto realizzato e mai collaudato) si è arenata.  A Crotone le bonifiche sono ancora ferme. A Vibo Marina, la grande area dove operava (in riva al mare) l’ex Basalti e Bitumi è lì, senza una vera bonifica, mentre a palazzo Luigi Razza sognano un acquario. E poi ci sono le vicende più recenti: sequestri dell’impianto, prescrizioni sulle emissioni, la puzza persistente di carburante che da decenni accompagna la quotidianità dei residenti. Queste non sono opinioni sono solo fatti. E allora la domanda diventa inevitabile: perché l’Autorità di Sistema Portuale continua a mantenere un rapporto fiduciario così solido? Perché tanta cautela nel non disturbare? Perché schiacciare le aspettative e le ambizioni di Vibo Marina? Sono interrogativi a cui qualcuno dovrà pure rispondere.

Profitti privati, costi pubblici

Meridionale Petroli ha operato per decenni a Vibo Marina, generando profitti importanti. Bilanci solidi, centinaia e centinaia di milioni movimentati. Ma cosa è rimasto sul territorio? Aree compromesse, bonifiche mai completate, un porto condizionato, una città bloccata nelle sue potenzialità. E oggi si arriva al punto in cui, invece di pretendere un cambio netto, si cercano risorse pubbliche per accompagnare l’uscita. Come se il problema fosse della collettività. È qui che il ragionamento deve essere chiaro e netto: non si possono socializzare i costi dopo aver privatizzato i profitti.

Autorità portuale e politica: una linea che non convince

L’Autorità portuale era stata accolta come una svolta. Doveva portare soluzioni, sviluppo, equilibrio, sostegno ai territori. Ma la percezione è diversa: Vibo Marina viene trattata come un’appendice di Gioia Tauro, funzionale alle attività industriali, solo alle attività industriali in particolare al traffico di carburanti. Turismo e nautica restano in secondo piano, rappresentano solo un intralcio alle navi che scaricano carburanti e sputano fumo nero. E la politica locale, invece di riequilibrare, sembra muoversi nella stessa direzione: trovare fondi, facilitare, non disturbare. Intanto si arriva al paradosso: chiudere una strada pubblica per far lavorare meglio un impianto privato.

Il Consiglio comunale chiamato a una scelta

Domani in aula non basta discutere. Non basta istituire semplicemente una commissione, ammesso che si superino le obiezioni sui costi. Serve una posizione chiara, forte, definitiva. Perché mentre si parla, il piano va avanti. E la chiusura di via Vespucci resta un’opzione concreta sul tavolo della Prefettura. Se passa questo principio, il precedente è pesantissimo. La città chiede una cosa semplice: sviluppo vero. Difendere le attività esistenti, salvaguardare il turismo. Investire sulla nautica, realizzare alberghi e mettere i residenti nelle condizioni di aprire le porte alle attività commerciali. Insomma creare opportunità e lavoro. Ma tutto questo è incompatibile con un modello che continua a mettere al centro un’unica presenza industriale, per di più con un passato così pesante. Vibo Marina non può perdere questa occasione.

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