C’è un nuovo capitolo nella lunga caccia al patrimonio nascosto di Matteo Messina Denaro. La Direzione distrettuale antimafia di Palermo, coordinata dal procuratore Maurizio de Lucia, ha portato alla luce un articolato sistema finanziario internazionale che avrebbe consentito al capomafia di occultare per anni milioni di euro attraverso conti esteri, società schermate e investimenti distribuiti in diversi paradisi fiscali.
L’indagine, culminata con tre arresti e un sequestro da circa 250 milioni di euro, rappresenta uno dei colpi più significativi inferti alla rete economica riconducibile all’ex superlatitante di Castelvetrano. A raccontare i dettagli dell’operazione è stato anche il cronista della Gazzetta del Sud, Nuccio Anselmo, tra le firme più attente e incisive nel racconto delle vicende di mafia e criminalità organizzata.
Arrestati padre, madre e figlio
In carcere sono finiti Giacomo Tamburello, 71 anni, originario di Campobello di Mazara e considerato dagli investigatori uno dei più fidati uomini del boss, la moglie Antonina Maria Bruno, 62 anni, e il figlio Luca Tamburello, 42 anni. Secondo la Procura sarebbe stato proprio quest’ultimo la mente operativa delle più recenti movimentazioni finanziarie.
L’accusa contestata ai tre è quella di impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita. I magistrati ritengono che la famiglia Tamburello abbia gestito nel tempo una parte consistente delle ricchezze riconducibili a Messina Denaro, utilizzando società estere e rapporti bancari internazionali per mascherarne l’origine. La gip Antonella Consiglio ha disposto le misure cautelari, pur escludendo al momento l’aggravante mafiosa contestata inizialmente dalla Procura.
Un sistema costruito tra Europa e paradisi fiscali
L’indagine del Nucleo economico-finanziario della Guardia di Finanza di Palermo ha ricostruito un impressionante reticolo di operazioni bancarie e finanziarie distribuite tra Andorra, Spagna, Svizzera, Lussemburgo, Gibilterra, Principato di Monaco, Isole Cayman e perfino Libano. Gli investigatori parlano di una strategia costruita nel tempo, avviata già dai primi anni Duemila, con l’obiettivo di proteggere e reinvestire capitali ritenuti di provenienza mafiosa. Decine le rogatorie internazionali necessarie per seguire i movimenti di denaro e ricostruire i flussi economici.
Tra le società finite sotto la lente figurano diverse realtà con sede all’estero, tutte considerate riconducibili alla famiglia Tamburello. Un mosaico di sigle societarie che, secondo gli inquirenti, sarebbe servito a schermare proprietà, investimenti e disponibilità finanziarie.
I milioni nascosti sui conti esteri
Uno degli episodi centrali dell’inchiesta riguarda una segnalazione arrivata nel 2023 dalla magistratura di Andorra. Le autorità estere informarono Palermo dell’esistenza di numerosi conti correnti riconducibili ad Antonina Maria Bruno, con disponibilità milionarie tra Lussemburgo e Andorra.Le indagini hanno inoltre ricostruito operazioni bancarie risalenti al 2004 e al 2005, quando la Banque Populaire de la Côte d’Azur di Monaco concesse alla donna e al figlio Luca crediti per oltre due milioni e mezzo di franchi svizzeri, garantiti da portafogli titoli che, secondo l’accusa, sarebbero stati collegati direttamente a Matteo Messina Denaro.
Per la gip Consiglio, il patrimonio ricostruito dagli investigatori “non trova alcun riscontro” in attività economiche lecite o redditi dichiarati tali da giustificare disponibilità finanziarie di quella portata.
Il riferimento all’operazione chirurgica del boss
Nelle carte dell’inchiesta compare anche una conversazione intercettata nel 2016 tra Giacomo Tamburello e un’altra persona. I due parlavano della necessità urgente di reperire una somma di denaro per un amico che avrebbe dovuto affrontare un intervento chirurgico. Secondo gli investigatori quel riferimento sarebbe stato proprio a Matteo Messina Denaro, che nello stesso periodo, utilizzando il falso nome di Andrea Bonafede, si sottopose a un intervento per ernia inguinale.
Un ulteriore tassello che, secondo la Procura, confermerebbe il rapporto diretto e stabile tra il boss e la famiglia Tamburello, ritenuta parte integrante della rete economica che avrebbe custodito per anni il tesoro dell’ultimo grande padrino di Cosa nostra.






