Sant’Agata di Esaro, al Corpus Domini la lettera dei parroci scuote la comunità: non si può adorare Cristo e ignorare chi viene sfruttato

Don Ennio Stamile e don Antonio Marrapodi hanno sostituito l’omelia con un messaggio aperto a credenti e non credenti dopo la tragedia di Amendolara

La processione del Corpus Domini, celebrata tra le vie di Sant’Agata di Esaro, è stata accompagnata da parole che difficilmente la comunità dimenticherà. Prima dell’uscita dell’ostensorio, don Ennio Stamile e don Antonio Marrapodi hanno scelto di rinunciare all’omelia e di leggere una lettera aperta rivolta non solo ai fedeli, ma all’intero paese: credenti, non credenti, praticanti e non praticanti.

Una scelta insolita, spiegata dagli stessi sacerdoti, maturata alla luce della tragedia di Amendolara, dove quattro braccianti stranieri hanno perso la vita. Una vicenda che ha scosso la Calabria e che, secondo i due parroci, impone una riflessione profonda sulla dignità del lavoro e sul valore della persona.

Una festa segnata dal dolore

Nella lettera, don Ennio e don Antonio ricordano come le strade del paese fossero state preparate ad accogliere la processione del Corpus Domini, segno di una fede radicata nella comunità. Quest’anno, però, quel cammino non poteva ignorare «l’ombra cupa» lasciata dai fatti di Amendolara. I sacerdoti parlano del “brutale assassinio di quattro braccianti”, tre giovani afghani e un pakistano, descritti come uomini colpevoli soltanto di aver cercato una paga e un alloggio dignitosi. Una tragedia che, scrivono, “squarcia il velo dell’indifferenza” e interpella direttamente la coscienza cristiana e civile di ciascuno.

Il significato del pane e del vino

Il cuore del messaggio ruota attorno alle parole che accompagnano ogni celebrazione eucaristica: il pane e il vino sono “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”. Una formula che spesso passa quasi inosservata ma che, alla luce di quanto accaduto, assume un significato particolare. Il pane, ricordano i sacerdoti, racchiude la fatica di chi semina, coltiva e raccoglie. Se quel lavoro è segnato da sfruttamento, umiliazioni e violenze, quel pane diventa il simbolo di una profonda ingiustizia.

Lo stesso vale per il vino, che richiama la festa e la condivisione. Non può esserci vera gioia, osservano, se lungo la filiera produttiva vengono calpestate la dignità delle persone e le regole della convivenza civile.

Il Corpo di Cristo è anche il corpo dei più fragili

Nella lettera emerge con forza il legame tra fede e responsabilità sociale. Sant’Agata di Esaro, scrivono don Ennio e don Antonio, è una comunità che conosce il valore della terra, del lavoro nei campi e della tradizione contadina. Per questo celebrare il Corpus Domini significa oggi assumersi una responsabilità precisa verso chi è più vulnerabile. I sacerdoti richiamano le parole del Vangelo di Matteo: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Da qui l’invito a non separare l’adorazione dall’attenzione verso chi soffre. “Non possiamo adorare il Cristo racchiuso nell’ostia – scrivono – se voltiamo le spalle al Cristo sofferente nei moderni ghetti del lavoro nero e dello sfruttamento agricolo”.

Un appello contro il silenzio

L’ultima parte della lettera è un invito alla responsabilità collettiva. La processione del Corpus Domini viene indicata come un momento di riparazione ma anche di impegno concreto. Don Ennio e don Antonio chiedono alla comunità di non essere complice, attraverso il silenzio o la convenienza, di quella che definiscono la “cultura dello scarto”. Un richiamo a difendere il lavoro giusto, ad accogliere chi contribuisce con il proprio impegno alla vita economica e sociale del territorio e a respingere ogni forma di illegalità che deturpa l’immagine della Calabria.

Parole che ieri hanno accompagnato il passaggio della processione tra le strade del paese e che hanno trasformato una celebrazione religiosa in un forte richiamo alla coscienza civile. Un messaggio che parte da Sant’Agata di Esaro ma che guarda ben oltre i confini della comunità.

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