Estorsione e modalità mafiose, così i difensori di Stillitani hanno smontato le accuse e ribaltato il processo

Sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste. Decisiva la ricostruzione degli avvocati Enzo Gennaro e Vincenzo Comi, che hanno demolito il castello della Procura Distrettuale di Catanzaro

Assoluzione piena. Si chiude con il processo Maestrale-Olimpo-Imperium la prima fase di una delle vicende giudiziarie più rilevanti degli ultimi anni in Calabria. Il Tribunale di Vibo Valentia ha assolto Francescantonio Stillitani – e con lui anche il fratello Emanuele – da tutte le accuse di estorsione aggravata dal metodo mafioso con la formula più ampia: il fatto non sussiste.

Una sentenza destinata ad avere un peso non solo sul piano giudiziario, ma anche umano e pubblico. Stillitani, infatti, oltre ad essere uno dei più importanti imprenditori del settore turistico calabrese, è stato protagonista della vita politica regionale, ricoprendo negli anni gli incarichi di consigliere e assessore regionale. La decisione dei giudici arriva al termine di un procedimento che aveva inciso profondamente sulla sua vita personale, professionale e istituzionale.

Contestazioni aggravate da modalità mafiose

L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro contestava due episodi di estorsione aggravata dai metodi mafiosi: il primo relativo all’assunzione di due guardiani, il secondo all’affidamento del servizio di lavanderia all’interno del villaggio turistico di Pizzo Calabro gestito dalla Tui. Un impianto accusatorio che, alla prova del dibattimento, è stato progressivamente smontato fino alla definitiva assoluzione.

Il procedimento aveva avuto un avvio drammatico. Il 26 gennaio 2023, al momento dell’esecuzione della misura di custodia cautelare in carcere, Stillitani venne colpito da un infarto. Trasferito immediatamente in ospedale, gli fu riscontrata una grave patologia cardiaca una grave patologia cardiaca che rese necessario un intervento di cardiochirurgia al Policlinico Mater Domini di Catanzaro. Le sue condizioni impedirono perfino lo svolgimento dell’interrogatorio di garanzia e il Gip, su istanza dei difensori, dispose successivamente la sostituzione della custodia in carcere con gli arresti domiciliari.

Il primo ridimensionamento delle accuse

Già nella fase cautelare emerse una prima significativa crepa nell’impianto accusatorio. Il Tribunale della Libertà di Catanzaro annullò infatti la misura cautelare sotto il profilo della gravità indiziaria per entrambi i capi di imputazione, ritenendo non sufficientemente sostenuti gli elementi posti a fondamento delle contestazioni. Il processo è quindi iniziato davanti al Tribunale di Vibo Valentia nel marzo 2024, dove si è sviluppata un’istruttoria ampia e articolata attraverso l’ascolto dei testimoni dell’accusa e della difesa.

La ricostruzione della difesa ribalta il processo

È proprio nel corso del dibattimento che la linea difensiva degli avvocati Enzo Gennaro e Vincenzo Comi ha assunto un ruolo determinante. La strategia processuale non si è limitata a contestare le accuse, ma ha ripercorso analiticamente ogni passaggio delle vicende oggetto del processo, sotto il profilo documentale, tecnico e normativo, senza lasciare scoperto alcun aspetto.

Particolarmente rilevanti sono risultate le consulenze tecniche. La prima ha riguardato l’analisi delle intercettazioni; la seconda ha ricostruito dettagliatamente la storia dei due villaggi turistici, i rapporti tra le società coinvolte, la disciplina dell’affitto d’azienda e l’effettiva individuazione dei soggetti titolari del potere decisionale sia in ordine all’assunzione dei guardiani sia all’affidamento del servizio di lavanderia.

Il consulente del lavoro della Tui

A confermare questa ricostruzione sono state anche le deposizioni del consulente del lavoro della Tui, che seguì direttamente il trasferimento dei lavoratori dalla società affittante a quella affittuaria, e dei vertici della stessa società, firmatari dei contratti. Tutti hanno escluso che durante le trattative vi fossero state pressioni, condizionamenti o minacce riconducibili a Stillitani, evidenziando invece il pieno rispetto della normativa che regolava il passaggio dei lavoratori a tempo indeterminato.

Un elemento di particolare rilievo è arrivato anche dalla persona offesa, che in aula ha confermato quanto già dichiarato nel corso delle indagini: nessuna condotta estorsiva, nessuna intimidazione e, al contrario, un comportamento sempre corretto e disponibile da parte degli Stillitani. Nel corso del dibattimento lo stesso Francescantonio Stillitani ha reso spontanee dichiarazioni, spiegando come la propria condotta non fosse mai stata caratterizzata da pressioni o minacce, circostanza che, secondo la difesa, trovava conferma sia nelle intercettazioni sia nella documentazione contrattuale acquisita agli atti.

Il ritiro della parte civile e la sentenza

L’evoluzione del quadro probatorio ha prodotto un ulteriore effetto significativo. La Tui, che inizialmente si era costituita parte civile in via prudenziale, ha deciso nel corso del processo di ritirare la costituzione, una scelta maturata dopo lo sviluppo dell’istruttoria dibattimentale.

Al termine della discussione delle parti è arrivata la decisione del Tribunale di Vibo Valentia: assoluzione piena per Francescantonio Stillitani perché il fatto non sussiste. La sentenza assume un valore che va oltre il singolo dispositivo. Chiude definitivamente un procedimento nato da accuse particolarmente gravi, certificando che l’impianto costruito dall’accusa non ha trovato conferma nel processo. Al tempo stesso restituisce centralità al principio secondo cui è il dibattimento, attraverso il confronto tra accusa e difesa e la verifica rigorosa delle prove, a determinare l’accertamento della verità processuale. In questo percorso, la ricostruzione sviluppata dagli avvocati Enzo Gennaro e Vincenzo Comi si è rivelata decisiva nel dimostrare l’insussistenza delle contestazioni mosse nei confronti di Stillitani.

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