Meridionale Petroli, Italia Nostra boccia il Piano d’emergenza esterna: va cestinato

L'associazione scrive al prefetto denunciando gravissime lacune nel documento sullo stabilimento di Vibo Marina proprio nei giorni del 50° anniversario del disastro di Seveso. Sottostimate le distanze di danno e ignorato l'obbligo di un piano unitario con l'Eni
meridionale petroli

La gestione del rischio ambientale e la tutela dei residenti di Vibo Marina restano al centro del dibattito politico. La sezione locale di Italia Nostra ha espresso una ferma contrarietà alla bozza del nuovo Piano di emergenza esterna (P.E.E.) per lo stabilimento della Meridionale Petroli s.r.l., documento curato da un tavolo tecnico in Prefettura a Vibo Valentia e attualmente pubblicato per raccogliere le osservazioni dei cittadini. L’associazione ha richiamato l’attenzione sul cinquantesimo anniversario del disastro di Seveso e sulle parole pronunciate dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per ricordare che la tutela dell’ambiente e della vita umana costituisce un diritto primario non negoziabile con logiche economiche. Secondo Italia Nostra, l’attuale impianto del piano prefettizio seguirebbe una direzione contraria, minimizzando i pericoli concreti a cui è esposta la popolazione locale.

Le lacune tecniche e i dati contestati

Nelle osservazioni formali presentate al prefetto Anna Aurora Colosimo dall’avvocato Alessandro Caruso Frezza e dall’ingegnere Antonio D’Agostino, contestati “errori macroscopici e sottostime” definite “grossolane” all’interno di un quadro informativo ritenuto “reticente”. Nello specifico, l’impianto è descritto con “soli due serbatoi di benzina, omettendo tre grandi serbatoi di gasolio (i maggiori per volume), cinque di additivi e uno per il biodiesel, declassando inoltre la reale pericolosità delle sostanze presenti”. Inoltre, l’area circostante è “classificata a ‘bassa densità abitativa’, ignorando l’alto tasso di urbanizzazione che, per legge, imporrebbe addirittura il divieto di ubicazione dello stabilimento”. Il piano prende poi in esame “esclusivamente una sola tipologia di incendio (flash fire), ignorando del tutto gli scenari di esplosione, lo sviluppo di nubi tossiche e il potenziale ‘effetto domino’ interno ed esterno”.

A causa di questi calcoli ridimensionati, il raggio dell’area a elevata letalità “è stato fissato a 24 metri anziché a una distanza stimata tra i 210 e i 370 metri; l’area dei danni irreversibili a 32 metri anziché tra 310 e 550 metri; la distanza complessiva dei danni a 500 metri invece degli 800 metri minimi imposti dalla legge”. Evidenziata infine un'”incongruenza logica sui dispositivi di protezione: a fronte di 13 dipendenti addetti all’emergenza, il piano prevede appena due o tre kit completi antifiamma e autorespiratori”.

La richiesta di revoca

La contestazione più pesante sul piano normativo riguarda la “mancata integrazione con le altre realtà industriali limitrofe”. La “vicinanza con lo stabilimento dell’ENI s.p.a., anch’esso classificato come sito a rischio di incidente rilevante, avrebbe dovuto obbligare il gruppo di lavoro prefettizio alla redazione di un unico P.E.E. di Area e non di piani separati e scollegati per ogni singola azienda”. Alla luce di questi rilievi, Italia Nostra ha chiesto ufficialmente al prefetto di “revocare in autotutela il P.E.E. 2026, azzerare e sostituire i componenti del Gruppo di Lavoro che lo ha redatto e procedere alla stesura di un piano integrato d’area per salvaguardare concretamente la vita, la salute e l’ambiente della frazione marina della città”.

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