La battaglia sulla continuità delle cure per i pazienti più fragili approda sul terreno formale della diffida. Gli avvocati Paolo Fuduli, Vincenzo Fogliaro e l’avvocato Vincenzo Loiacono, per conto dei rispettivi assistiti hanno inviato una formale richiesta alla Rsa Medicalizzata “Don Mottola Medical Center” di Gasponi di Drapia, oltre che ai vertici dell’Asp di Vibo Valentia, per chiedere lo stop alle dimissioni annunciate dalla struttura.
Nel mirino c’è la nota prot. n. 243 del 16 luglio 2026, con la quale la Rsa avrebbe comunicato la programmata dimissione di pazienti, precisando che tale decisione deriverebbe dalle disposizioni impartite dal Distretto sanitario dell’Asp di Vibo Valentia. Una vicenda che coinvolge persone affette da gravi patologie croniche e condizioni di elevata non autosufficienza, per le quali i familiari hanno sollevato il timore di una possibile interruzione del percorso assistenziale.
La tesi dei legali: la dimissione non può coincidere con la fine della presa in carico
Il cuore della diffida riguarda un principio ritenuto fondamentale: il mancato rinnovo della permanenza nella struttura attuale non può tradursi automaticamente nella dimissione dal sistema sanitario. Secondo gli avvocati, infatti, la Rsa, in quanto struttura privata accreditata, opera nell’ambito di un rapporto con il Servizio sanitario regionale e con l’Azienda sanitaria provinciale, mentre la responsabilità della presa in carico complessiva del paziente resta in capo all’Asp. Nella diffida viene evidenziato come il diniego della proroga del ricovero riguardi esclusivamente “l’attuale modalità di erogazione dell’assistenza” e non possa essere interpretato come una cessazione degli obblighi sanitari dell’Azienda. La posizione dei legali è netta: prima di qualsiasi dimissione devono essere individuati un nuovo setting assistenziale, una struttura o un servizio destinatario, le modalità del trasferimento e la continuità delle cure.
I familiari non possono sostituirsi all’Asp nell’organizzazione del percorso sanitario
Uno dei passaggi centrali della diffida riguarda proprio il ruolo delle famiglie. Gli avvocati sottolineano che i familiari degli assistiti “rimangono estranei” agli obblighi organizzativi e sanitari che spettano all’amministrazione pubblica. Non possono essere chiamati, secondo la ricostruzione contenuta nell’atto, a individuare una nuova struttura, organizzare un trasferimento o farsi carico di responsabilità che appartengono al Servizio sanitario nazionale. La richiesta è dunque che la riconsegna dei pazienti non avvenga nei confronti dei familiari, ma esclusivamente nei confronti dell’Asp, unico soggetto istituzionalmente competente a garantire il successivo percorso assistenziale.
Le condizioni cliniche dei pazienti: necessaria una continuità senza interruzioni
La diffida richiama con particolare attenzione le condizioni degli assistiti. Per uno dei pazienti più gravi, in particolare, viene evidenziato come il paziente si trovi “in stato pressoché vegetativo” e sia impossibilitato a tutelare autonomamente i propri diritti e interessi. Gli avvocati evidenziano che i pazienti interessati presentano quadri clinici complessi e necessitano di prestazioni sanitarie e sociosanitarie continuative. Da qui la richiesta di evitare qualsiasi soluzione di continuità: non una semplice dimissione, ma un eventuale trasferimento organizzato e protetto, con un passaggio definito tra i diversi livelli assistenziali.
La richiesta all’Asp: individuare subito il nuovo percorso
Nel documento vengono elencati gli adempimenti ritenuti necessari a carico dell’Azienda sanitaria: individuazione del nuovo setting assistenziale, indicazione della struttura o del servizio destinatario, attivazione delle procedure di dimissione protetta e organizzazione del trasferimento con eventuali mezzi sanitari adeguati. Solo dopo questi passaggi, secondo i legali, la Rsa potrà procedere alla dimissione degli assistiti. La diffida richiama inoltre i principi della continuità assistenziale previsti dai Livelli essenziali di assistenza, dal Dpcm 12 gennaio 2017, dal Decreto ministeriale 77/2022, dalla normativa regionale e dai principi costituzionali sulla tutela della salute.
L’avvertimento finale: possibili azioni davanti alle autorità competenti
Nella parte conclusiva dell’atto viene formalmente intimato alla Rsa di non procedere alle dimissioni fino a quando l’Asp di Vibo Valentia non avrà completato il proprio procedimento e garantito una nuova presa in carico effettiva. Gli avvocati avvertono inoltre che un’eventuale dimissione effettuata senza le necessarie garanzie potrebbe essere considerata lesiva del diritto alla salute degli assistiti, con la possibilità di ricorrere alle competenti autorità amministrative, civili e contabili e, qualora ne ricorrano i presupposti, anche penali.
Una vicenda che riporta al centro un tema delicato: quello dei pazienti fragili che rischiano di trovarsi al confine tra organizzazione sanitaria e necessità assistenziali concrete. La richiesta dei familiari e dei loro legali è chiara: nessun vuoto assistenziale, nessun trasferimento senza un percorso definito, nessuna responsabilità scaricata sulle famiglie.



