La penna quasi tremava. Gli occhi erano pieni di lacrime. Francesco Cascasi, imprenditore vibonese, aveva davanti un documento che aspettava da 26 anni e 20 giorni. Non era soltanto una firma. Era il punto d’arrivo di una battaglia che per lunghi tratti gli aveva fatto pensare di mollare tutto, abbandonare la Calabria, chiudere con un passato diventato troppo pesante da sopportare. Oggi, finalmente, quella firma è arrivata. E con essa il diritto di vedere realizzato un progetto nel quale ha continuato a credere anche quando intorno sembrava prevalere soltanto la volontà di fermarlo.

Una concessione dopo un quarto di secolo
La sottoscrizione della concessione demaniale è avvenuta davanti al presidente dell’Autorità di sistema portuale dei Mari Tirreno Meridionale e Ionio, Paolo Piacenza; con lui tutto il suo staff e l’apparato tecnico: Antonello Rizzuto, Giuseppe Cardona, Pasquale Faraone e Lavinia Strangi. A firmare l’atto, per la parte imprenditoriale, è stata Domenica Marcello, amministratrice della Cadi Srl, società che fa riferimento al gruppo Cascasi. Un passaggio formale che mette finalmente nelle condizioni di procedere con il Marina Resort Porto Santa Venere e che apre concretamente la strada all’avvio dei lavori.
L’investimento è di circa 27 milioni di euro. Il progetto interessa un’area di quasi 45 mila metri quadrati, tra le vie Michele Bianchi e Cristoforo Colombo, nel porto di Vibo Marina. Non è un intervento isolato, ma un progetto integrato che punta a trasformare la nautica da diporto in una leva di sviluppo turistico ed economico. Trecento posti barca, un cantiere nautico, l’ammodernamento del lido La Rada e due strutture alberghiere, lo storico Hotel Miramare e il nuovo albergo TLF. Una ricaduta occupazionale stimata tra 200 e 250 posti di lavoro, considerando occupazione diretta e indotto. Numeri che, in un territorio segnato dalla fuga dei giovani e dalla progressiva perdita di opportunità, pesano molto più di una semplice previsione economica.

Quando denunciare significava rischiare
Ma dietro il progetto c’è una storia che non può essere liquidata con una cerimonia e una concessione. Francesco Cascasi non ha dovuto soltanto affrontare carte, autorizzazioni e contenziosi. Ha dovuto misurarsi con la ‘ndrangheta quando denunciarla significava esporsi a conseguenze pesantissime, anche sulla propria sicurezza e su quella dei familiari.
Ha indicato gli estorsori, denunciato i tentativi di mettere le mani sulle sue società, partecipato ai processi, compreso quello scaturito dall’operazione “Costa Pulita” della Dda di Catanzaro. Le intimidazioni sono arrivate fino ai colpi di pistola contro la sua abitazione di Briatico. Una violenza che ha lasciato il segno e che lo ha costretto a trasferire la famiglia a Ferrara, portando al Nord anche una parte importante dell’attività imprenditoriale. Una scelta dolorosa, mentre il centro operativo continuava a rimanere nell’area industriale di Portosalvo, dove ancora oggi gli imprenditori sopravvissuti al deserto produttivo devono fare i conti con abbandono e degrado.
Questa vicenda è stata raccontata da don Ennio Stamile nel libro Nonostante tutto, dedicato alla storia di un imprenditore visionario. Un titolo che oggi, davanti alla concessione finalmente ottenuta, assume un significato ancora più concreto.
Non soltanto la ‘ndrangheta
La criminalità organizzata ha rappresentato una minaccia evidente, brutale, riconoscibile. Ma sarebbe riduttivo attribuire soltanto alle cosche le difficoltà incontrate da Francesco Cascasi. Nel corso di questi 26 anni il progetto ha dovuto superare anche interminabili passaggi amministrativi, ostacoli burocratici, battaglie legali e resistenze che hanno alimentato una lunga stagione di incertezza.
Accanto alla violenza delle cosche, c’è stato anche il peso di un sistema di potere fatto di burocrazia, inerzie, veti e colletti bianchi. Quei poteri che non hanno bisogno di ricorrere alle armi per condizionare il destino di un’impresa: possono farlo attraverso ritardi, procedure interminabili, ostacoli amministrativi e responsabilità che nessuno sembra disposto ad assumersi. È una delle pagine più difficili da leggere di questa vicenda, perché racconta quanto possa diventare complicato investire in un territorio nel quale non sempre le istituzioni riescono a essere un sostegno per chi produce lavoro e sviluppo.
In Calabria si parla continuamente di legalità, investimenti e crescita, ma troppo spesso chi decide di rischiare capitali e costruire opportunità di occupazione si ritrova solo davanti a un sistema che non riesce a garantire tempi certi, procedure comprensibili e interlocutori capaci di assumersi responsabilità. La firma di oggi non cancella questi anni. E non assolve automaticamente quanti, a vario titolo, hanno contribuito a rendere tanto difficile il percorso. Semmai, riapre una domanda: quanti altri investimenti potrebbero nascere se un imprenditore non fosse costretto a trascorrere un quarto di secolo per arrivare al traguardo?

Vibo Marina può cambiare passo
Il Marina Resort Porto Santa Venere può diventare una delle infrastrutture turistiche più importanti della costa calabrese. Vibo Marina ha le potenzialità per assumere un ruolo centrale nella nautica, nel turismo e nei servizi, diventando una porta d’ingresso privilegiata alla Costa degli Dei. Tropea ha consolidato una riconoscibilità internazionale; il territorio ha bisogno di costruire attorno a questa forza nuove opportunità, senza rimanere spettatore di un turismo che passa e non lascia abbastanza.
Non può essere ignorata la recente interlocuzione tra l’imprenditore Cascasi e il presidente della Regione Roberto Occhiuto, alla presenza dei rappresentanti dell’associazione La Tazzina della Legalità guidata da Sergio Gaglianese. L’incontro ha aggiunto un ulteriore segnale di attenzione istituzionale.
Il riscatto di un uomo, la prova di un territorio
Cascasi e la sua squadra, dopo anni di sofferenze e attese, preferiscono per ora non commentare. C’è poco da aggiungere, del resto, a una storia che ha già detto tutto. Il risultato è arrivato, ma il cammino non è concluso: ora bisogna trasformare la concessione in cantieri, opere, attività e occupazione. La sua vicenda racconta il riscatto di un imprenditore che non si è arreso alla criminalità e non ha rinunciato al proprio progetto davanti agli ostacoli. Ma consegna anche una responsabilità precisa a Vibo, alla Regione e alle istituzioni: non lasciare più solo chi sceglie di investire, lavorare e costruire futuro in questa terra.
Nella foto in alto: Antonello Rizzuto, Francesco Cascasi, Giuseppe Cardona, Domenica Marcello, Paolo Piacenza, Pasquale Faraone e Lavinia Strangi



