Cesare Pasqua (tre anni agli arresti) assolto da tutte le accuse, l’avv. Bagnato: il dibattimento ha fatto crollare il castello costruito dalla Dda

A poche ore dalla sentenza, il difensore dell'ex direttore sanitario dell'Asp analizza il verdetto e spiega perché, a suo giudizio, l'istruttoria dibattimentale abbia demolito le contestazioni di concorso esterno, scambio elettorale politico-mafioso e gli altri capi d'imputazione

Per tre anni è rimasto agli arresti domiciliari, indicato nelle carte dell’inchiesta come uno dei principali protagonisti del presunto sistema di condizionamento della sanità vibonese. Per la Direzione distrettuale antimafia rappresentava uno dei tasselli fondamentali del processo Maestrale-Carthago. Al termine di una lunghissima istruttoria dibattimentale, il quadro accusatorio nei confronti dell’ex direttore sanitario dell’Asp di Vibo Valentia ed ex capo del Dipartimento sanitario, Cesare Pasqua, appare radicalmente ridimensionato.

A raccontare come la difesa sia riuscita a smontare, punto dopo punto, l’impianto costruito dall’accusa è l’avvocato Giuseppe Bagnato, presidente della Camera Penale di Vibo Valentia e difensore dell’ex dirigente sanitario. “Il dato che emerge dal processo è assolutorio. L’istruttoria ha dimostrato l’inconsistenza delle accuse formulate nei confronti del dottor Pasqua. Questo è il vero elemento che deve essere evidenziato.”

Dalle denunce personali al processo

Secondo la ricostruzione della difesa, buona parte delle contestazioni nasceva dalle denunce presentate dall’ex dirigente Francesco Talarico e dal dirigente del servizio veterinario Francesco Massara. Bagnato individua proprio lì il punto di origine dell’intera vicenda giudiziaria. “Parliamo di accuse provenienti da persone che avevano avuto vicende personali e professionali con Pasqua. Nel corso del dibattimento quei fatti sono stati verificati e si sono rivelati inconsistenti”.

Emblematico, secondo il penalista, l’episodio della cosiddetta “Latteria del Sole”, nella quale Pasqua veniva accusato di essere intervenuto per evitare controlli e sequestri. “Abbiamo prodotto documentazione e sono state svolte attività integrative d’indagine che hanno dimostrato come quell’intervento non sia mai esistito. È stato uno dei primi tasselli del castello accusatorio a cadere.”

Le mense ospedaliere e la ricostruzione smentita

Uno dei capitoli centrali dell’inchiesta riguardava la chiusura dei punti cottura degli ospedali di Tropea, Serra San Bruno e Vibo Valentia. Per l’accusa quelle decisioni sarebbero state funzionali a favorire interessi collegati alla criminalità organizzata. La difesa ha invece ricostruito una realtà completamente diversa. “Le chiusure non furono decise dal dottor Pasqua. Vennero imposte dai Nas e dai Vigili del Fuoco per gravissime carenze igienico-strutturali. Era un atto dovuto, non una scelta finalizzata ad agevolare qualcuno.”

Bagnato ricorda anche che il successivo utilizzo di altri centri di cottura rispondeva esclusivamente a esigenze organizzative e di continuità del servizio sanitario. “Non esisteva alcuna chiusura preordinata. Anche la Procura, al termine del dibattimento, ha preso atto della piena legittimità di quelle decisioni.”

“Nessun rapporto con la criminalità”

Tra le accuse più pesanti figuravano il concorso esterno in associazione mafiosa e lo scambio elettorale politico-mafioso. Secondo il difensore, proprio su questo punto il dibattimento avrebbe prodotto il risultato più significativo. “Abbiamo chiesto agli investigatori se esistesse un solo elemento concreto che dimostrasse rapporti di Pasqua con i Mancuso, con i Fiarè o con altri esponenti della criminalità organizzata. Un incontro, un saluto, una frequentazione, qualsiasi cosa. La risposta è stata no”. Nemmeno i collaboratori di giustizia, evidenzia Bagnato, sarebbero riusciti a fornire episodi specifici. “I collaboratori parlavano in termini del tutto generici della sanità, ma non hanno mai indicato un fatto preciso riconducibile al dottor Pasqua.”

È bastata l’istruttoria per capire che il teorema non reggeva

Il presidente della Camera Penale racconta di avere intuito molto presto che l’impianto accusatorio avrebbe avuto enormi difficoltà a reggere davanti al contraddittorio. “L’ho capito già con i primi testimoni. Direttori generali, direttori amministrativi, dirigenti dell’Asp, perfino persone indicate dall’accusa. Tutti descrivevano Pasqua come un dirigente preparato, rigoroso, competente.” Tra i testimoni ascoltati figuravano anche ex direttori generali e amministrativi dell’Azienda sanitaria provinciale.

“Anche chi aveva avuto divergenze professionali con lui ha escluso qualsiasi irregolarità nella gestione. È emersa l’immagine di una persona certamente rigorosa, magari anche spigolosa, ma professionalmente inattaccabile.”

La Procura chiede l’assoluzione su alcuni capi

Uno degli aspetti più significativi sottolineati dalla difesa riguarda la stessa evoluzione della posizione dell’accusa nel corso del processo. Per alcune delle contestazioni più rilevanti, legate proprio alle denunce di Talarico e Massara, è stata la stessa Procura, in sede di requisitoria, a chiedere l’assoluzione dell’imputato. Per l’avvocato Bagnato quel passaggio rappresenta la dimostrazione più evidente dell’effetto prodotto dal dibattimento. “Quando il processo verifica i fatti, le accuse devono confrontarsi con le prove. E in questo caso le prove hanno dimostrato che molte contestazioni non trovavano riscontro.”

Tre anni agli arresti domiciliari

Cesare Pasqua ha trascorso tre anni agli arresti domiciliari durante la fase cautelare. Un periodo lunghissimo che, osserva il suo difensore, pesa inevitabilmente sul piano umano oltre che processuale. “Per tre anni è rimasto sottoposto a una misura cautelare gravissima. Oggi il dibattimento restituisce un quadro completamente diverso rispetto a quello che aveva giustificato quella misura.”

Per anni, nell’immaginario collettivo, Cesare Pasqua è stato indicato come il simbolo delle presunte degenerazioni della sanità vibonese. Il processo, tuttavia, secondo la difesa, ha raccontato una storia diversa, costruita sulle prove raccolte in aula e sul confronto tra accusa e difesa. “È il dibattimento il luogo in cui si forma la prova. E in quest’aula il castello accusatorio è stato progressivamente smontato. Alla fine è rimasto un dato preciso: l’inconsistenza delle accuse così come erano state formulate.” Ora è necessario aspettare le motivazioni della sentenza.

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