Sono 313 mila i giovani che in appena cinque anni sono scappati dal Mezzogiorno. Un dato che da solo fotografa una delle emergenze più gravi e meno affrontate del Paese. Mentre il Centro-Nord continua ad attrarre popolazione giovane e qualificata, il Sud perde capitale umano, competenze e prospettive di sviluppo. L’analisi pubblicata in questi giorni dal Sole 24 Ore sui dati Istat evidenzia come dal 2019 a oggi gli under 35 residenti nelle regioni meridionali siano diminuiti dell’8%. Nello stesso periodo, al contrario, il Centro-Nord ha registrato una crescita del 4,8%, con un saldo positivo di circa 240mila giovani.
Non si tratta soltanto di una questione demografica. A spostarsi sono soprattutto i profili più qualificati. Secondo i dati richiamati dagli studi Svimez, sei giovani su dieci che lasciano il Mezzogiorno sono laureati. Vent’anni fa erano appena due su dieci. Una perdita che incide direttamente sulla capacità dei territori di produrre sviluppo, innovazione e nuova imprenditorialità.
Calabria, il primato che nessuno vorrebbe
In questo scenario la Calabria continua a rappresentare uno dei casi più critici del Paese. Dal 1995 al 2023 la popolazione regionale è passata da 2.063.300 a 1.850.366 residenti, con una contrazione del 10,3%. Un dato ben peggiore rispetto al Mezzogiorno nel suo complesso (-3,8%) e in netta controtendenza rispetto al Centro-Nord, cresciuto dell’8,1%. A pesare è soprattutto il saldo migratorio verso le altre regioni italiane. La Calabria registra un tasso del 5,2 per mille, tra i più alti d’Italia. Un’emorragia che l’immigrazione dall’estero non riesce a compensare. Il fenomeno si intreccia con un’altra fragilità strutturale: la polverizzazione dei piccoli comuni. Oltre la metà dei centri calabresi conta meno di tremila abitanti e molti continuano a perdere residenti anno dopo anno.
Vibonese, territori dimezzati in settant’anni
Se i numeri regionali preoccupano, quelli della provincia di Vibo Valentia assumono dimensioni ancora più allarmanti. Dal 1951 a oggi diciassette comuni vibonesi hanno perso tra il 50 e il 75% della popolazione. In altri otto il calo oscilla tra il 40 e il 50%, mentre sei centri registrano una diminuzione compresa tra il 30 e il 40%. Solo tre comuni mostrano un saldo positivo.
L’area più colpita resta quella delle Serre, che ha perso il 55,8% dei residenti. Seguono l’Alto Mesima (-49,9%) e l’Angitolano (-37,8%). Il fenomeno interessa ormai anche la fascia costiera e il Poro, territori che fino a pochi anni fa apparivano più capaci di reggere l’urto dello spopolamento. Dietro questi numeri non ci sono soltanto statistiche. Ci sono scuole che chiudono classi, attività economiche che faticano a trovare personale, servizi che si riducono e comunità sempre più anziane.
Il grande assente: la politica
La fuga dei giovani è diventata un tema ricorrente nei convegni, nei rapporti di ricerca e nelle campagne elettorali. Molto meno nelle scelte concrete. Eppure i dati raccontano una realtà inequivocabile: il Sud continua a formare competenze che trovano spazio altrove. Secondo le elaborazioni di Infocamere, circa 200mila manager che guidano imprese del Centro-Nord sono originari del Mezzogiorno. Milano da sola ne ospita 67mila. La questione non riguarda soltanto chi parte. Riguarda soprattutto i territori che restano e che vedono ridursi progressivamente le proprie risorse umane più qualificate. Per anni lo spopolamento è stato raccontato come un fenomeno inevitabile. Oggi i numeri dimostrano il contrario: è il risultato di divari che continuano a non essere colmati, di infrastrutture insufficienti, di opportunità lavorative limitate e di una programmazione incapace di invertire la rotta.
La vera domanda, dunque, non è perché i giovani vadano via. La domanda è perché, ancora oggi, non si riesca a creare le condizioni per farli restare.



