Emergenza-urgenza nel Vibonese, lo Smi: sistema allo sbando, basta scaricare le responsabilità sul passato

Il Sindacato Medici Italiani interviene dopo i recenti episodi di cronaca, chiedendo chiarimenti sui tempi di intervento del soccorso, sulla gestione del servizio 118 e sulle prestazioni aggiuntive riconosciute solo al personale transitato in Azienda Zero

“La drammatica sequenza di tragedie che sta colpendo il nostro territorio non lascia più spazio ad alibi o giustificazioni di facciata”. È quanto afferma Alessia Piperno, segretario provinciale del Sindacato Medici Italiani (SMI) di Vibo Valentia, in un comunicato con il quale interviene sulla situazione del sistema di emergenza-urgenza. Lo SMI richiama gli ultimi episodi verificatisi sul territorio, citando “l’ennesimo lutto registrato oggi a Capo Vaticano” e il “gravissimo episodio di pochi giorni fa” relativo a una ragazza di 23 anni investita da un’auto ad alta velocità nel centro di Vibo Valentia.

Secondo quanto riferito da Piperno, la giovane “ha dovuto attendere ben 50 minuti per ricevere il primo soccorso, nonostante l’ospedale si trovasse a pochissimi chilometri di distanza. Come Sindacato Medici Italiani (SMI), siamo stanchi di sentire attribuire strumentalmente ogni responsabilità alle gestioni passate del 118”. Lo SMI precisa inoltre che “sul soccorso l’ambulanza è arrivata con oltre 50 minuti di ritardo e non era l’ambulanza del 118 bensì della Croce Rossa, evidentemente non ne avevano, quindi anche in questo caso volontari”.

“Il problema è un modello organizzativo inadeguato”

Piperno sostiene che “i dati storici e l’andamento analitico dell’attività del SUEM dimostrano chiaramente che il servizio disponeva in passato di una struttura e di un riscontro operativo ben più efficienti”. Secondo la professionista, “il problema oggi non risiede in chi ha preceduto l’attuale guida, ma in un modello organizzativo profondamente inadeguato e sordo alle reali criticità del territorio”. Di fronte ai tempi di attesa definiti “inaccettabili”, il sindacato chiede risposte pubbliche all’Azienda e alla Regione Calabria attraverso una serie di interrogativi: “Dove erano state dirottate le ambulanze in quel momento?”, “Per quale motivo i mezzi di soccorso vengono sistematicamente sottratti dalle rispettive postazioni territoriali?”, “Quanti medici e quanti infermieri erano effettivamente in turno in tutta la provincia durante l’emergenza?”.

Le critiche all’organizzazione del servizio

Lo SMI afferma che “la verità è che il sistema di emergenza-urgenza è stato ridotto allo sfacelo da scelte calate dall’alto che ignorano la realtà”. Tra le criticità indicate dal sindacato citata “l’interpretazione arbitraria delle norme”, sostenendo che “si continuano a leggere i decreti ministeriali fermandosi al mero dato numerico della popolazione residente, calpestando il principio cardine secondo cui qualsiasi parametro decade davanti alla necessità inderogabile di rispettare i tempi di arrivo sul target”. Un altro punto riguarda la formazione del personale. A giudizio dello SMI, “si continua a trascurare la formazione del personale, limitandosi a enunciazioni di principio senza interventi formativi strutturati e risolutivi”.

La contestazione sui mezzi non medicalizzati

Il sindacato critica inoltre quello che definisce “l’illusione dei mezzi non medicalizzati”. Secondo lo SMI, “si cerca di coprire la voragine organizzativa aumentando i mezzi di soccorso di base – come le ambulanze della Croce Rossa o i mezzi ‘Victor’ gestiti da soli volontari – dislocandoli sul territorio per millantare una rapidità d’intervento che è solo teorica”. “Questo è un inganno inaccettabile per i cittadini”, afferma il sindacato, spiegando che “l’ambulanza di volontari non sanitari potrà anche raggiungere prima il luogo dell’evento, ma il tempo target e la reale efficacia del soccorso salvavita devono essere misurati esclusivamente sulla presenza a bordo di medici e infermieri”.

La protesta sulle prestazioni aggiuntive

Lo SMI affronta anche il tema delle prestazioni aggiuntive, definite “l’ultimo, gravissimo atto gestionale”. Secondo il sindacato, le prestazioni aggiuntive, “finalmente sbloccate – un provvedimento che andava adottato molto prima –”, sarebbero state concesse “unicamente al personale transitato in Azienda Zero, escludendo i colleghi rimasti in carico all’ASP”. Lo SMI chiede quale sia “la logica perversa” che giustifichi una divisione tra operatori che “lavorano fianco a fianco sulla stessa ambulanza, che affrontano le medesime emergenze, che rischiano la pelle e coprono i medesimi turni massacranti nel 118”. Per il sindacato, si tratterebbe di una “discriminazione economica e professionale in base a una mera etichetta burocratica di appartenenza (ASP vs Azienda Zero)”.

“Pronti a censurare la scelta nelle sedi legali”

Lo SMI definisce questa decisione “profondamente ingiusta e offensiva della dignità professionale” e sostiene che “appare giuridicamente infondata e illegittima”. Per Piperno, la scelta “viola palesemente i princìpi costituzionali di uguaglianza (art. 3 Cost.) e di parità di trattamento contrattuale a parità di mansioni svolte, configurando una disparità immotivata che le sedi legali del sindacato sono già pronte a censurare”.

La richiesta

In conclusione, il sindacato afferma che “le istituzioni regionali e aziendali devono capire una volta per tutte che con questi mezzucci si calpesta direttamente la sicurezza e la vita dei cittadini del Vibonese”. Lo SMI chiede “l’immediata estensione delle prestazioni aggiuntive a tutto il personale del 118 senza alcuna odiosa distinzione” e “una revisione radicale di un sistema sanitario ormai fuori controllo”.

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