Il 10% dei porti ai Comuni: la sfida di Simona Scarcella arriva a Vibo Marina, che non può più stare a guardare

L’emendamento alla riforma portuale prevede un Fondo di compensazione da circa 50 milioni l’anno per i territori che ospitano gli scali. Una proposta che riapre anche a Vibo Marina la partita sulle risorse, sulle scelte e sul peso politico dei Comuni

Non è soltanto una questione di soldi. È soprattutto una questione di potere, responsabilità e rapporto tra chi gestisce un’infrastruttura portuale e chi, sul territorio, ne sopporta ogni giorno le conseguenze. La proposta rilanciata dalla sindaca di Gioia Tauro, Simona Scarcella, nel confronto sulla riforma della legislazione portuale parte da un principio preciso: una parte della ricchezza prodotta dai porti deve tornare alle città che li ospitano.

L’emendamento prevede infatti la destinazione ai Comuni portuali del 10% del gettito annuale delle Autorità di sistema portuale. Una misura che, secondo le stime degli ambienti di settore, potrebbe valere oggi circa 50 milioni di euro l’anno. Ma non si tratta ancora di una norma approvata. È una delle numerose proposte presentate alla Commissione Trasporti della Camera nell’ambito della riforma e dovrà innanzitutto superare il vaglio di ammissibilità e poi affrontare un percorso parlamentare tutt’altro che scontato.

Il tema, tuttavia, è destinato a pesare nel confronto sulla riforma perché interviene proprio nel cuore del nuovo sistema finanziario immaginato dal Governo. Il gettito delle Autorità di sistema portuale è infatti già chiamato a finanziare la futura Porti SpA, la società destinata a progettare e realizzare infrastrutture strategiche negli scali italiani, con una quota ipotizzata dal Governo tra il 15 e il 25%. L’eventuale destinazione del 10% ai Comuni aggiungerebbe dunque un ulteriore prelievo sulle stesse entrate.

Un fondo per compensare i territori

L’idea viene tradotta nell’istituzione, presso il ministero dei Trasporti, di un Fondo per la Compensazione delle esternalità portuali. Il suo obiettivo sarebbe quello di compensare gli oneri sostenuti dai Comuni interessati dalla presenza delle infrastrutture portuali e contribuire alla riduzione degli effetti ambientali, infrastrutturali e sociali prodotti dal traffico passeggeri e merci. La fonte delle risorse sarebbe il 10% del gettito annuale delle Autorità di sistema portuale. Dentro ci finirebbero le tasse di ancoraggio, quelle portuali sulle merci imbarcate e sbarcate e le tasse legate al rilascio delle autorizzazioni per le operazioni portuali. Nel calcolo verrebbero inoltre inseriti i canoni e i corrispettivi versati dai concessionari e dagli operatori portuali.

Non sarebbe quindi un trasferimento indistinto di denaro ai Comuni. Le risorse avrebbero una precisa finalità: compensare gli effetti della presenza portuale sul territorio.

Come verrebbero distribuiti i 50 milioni

Anche la distribuzione del Fondo è stata delineata. Le risorse dovrebbero essere ripartite attraverso un decreto del ministero dei Trasporti, di concerto con il ministero dell’Economia e previa intesa in Conferenza unificata. Il criterio sarebbe proporzionale e legato ai traffici generati dai singoli porti. Il 40% della quota spettante sarebbe determinato dai volumi di traffico merci, container e ro-ro; il 30% dal numero dei passeggeri delle navi da crociera; il 20% dai passeggeri dei traghetti e il restante 10% dalle altre modalità di traffico.

Ma c’è un punto particolarmente importante per le città portuali: almeno il 60% delle risorse dovrebbe essere assegnato al Comune nel quale insiste l’infrastruttura portuale. La restante parte potrebbe invece essere destinata ad altri Comuni interessati dagli effetti delle attività portuali, sulla base dei flussi di traffico e degli oneri effettivamente sostenuti.

È una distinzione tutt’altro che secondaria. Perché introduce il principio secondo il quale il Comune che ospita fisicamente il porto deve avere una corsia privilegiata nell’accesso alle risorse generate da quello stesso porto.

Soldi vincolati alle conseguenze del porto

Anche l’utilizzo delle somme sarebbe vincolato. I Comuni non potrebbero impiegarle liberamente per coprire qualsiasi esigenza di bilancio, ma dovrebbero destinarle agli effetti prodotti dalle attività portuali. La manutenzione straordinaria della viabilità interessata dal traffico portuale, la mitigazione ambientale, la riduzione dell’inquinamento atmosferico e acustico, la gestione dei rifiuti, la mobilità urbana, la sicurezza stradale, il rafforzamento della polizia locale e della protezione civile e la riqualificazione delle aree interessate dalle attività portuali sono alcuni degli interventi indicati.

È, in sostanza, un principio di compensazione: il porto produce ricchezza, ma produce anche costi. E una parte di quella ricchezza dovrebbe essere utilizzata per ridurre quei costi.

Una questione politica di primo piano

È qui che la proposta di Scarcella assume una dimensione che va oltre il singolo emendamento. La sindaca di Gioia Tauro chiede infatti anche un maggiore coinvolgimento dei sindaci nella governance portuale. Il ragionamento è lineare: se ai Comuni vengono riconosciuti gli effetti economici e sociali della presenza dei porti, agli stessi Comuni deve essere riconosciuto anche un ruolo nelle decisioni strategiche. Risorse e rappresentanza, dunque, dovrebbero viaggiare insieme. Una città portuale non può essere soltanto il luogo nel quale vengono realizzate banchine, terminal e infrastrutture. Deve poter incidere sulle scelte che modificano il proprio territorio.

Per Gioia Tauro la questione è particolarmente significativa. Lo scalo rappresenta una delle principali infrastrutture logistiche del Mezzogiorno e continua a essere al centro di importanti programmi di investimento. Ma la domanda posta dalla sindaca è un’altra: quanto di questa ricchezza e di queste opportunità deve tradursi in vantaggi concreti per la comunità che vive accanto al porto?

Vibo Marina non può stare a guardare

Ed è proprio qui che la partita aperta da Gioia Tauro – che il Secolo XIX di Genova ha raccontato in maniera organica – dovrebbe interessare da vicino Vibo Valentia. Perché se il principio della compartecipazione tra porto e territorio dovesse entrare nella legislazione nazionale, anche gli amministratori vibonesi sarebbero chiamati a uscire dalla posizione marginale che troppo spesso ha caratterizzato il rapporto con le politiche portuali.

Vibo Marina non parte da una situazione neutrale. Il porto è il risultato di scelte maturate decenni fa, in particolare negli anni Cinquanta e Sessanta, che hanno progressivamente definito un rapporto tra attività portuali, industriali, petrolifere e tessuto urbano i cui effetti continuano a essere devastanti. Per decenni, però, è mancata una vera rivendicazione politica capace di chiedere conto di quelle scelte e di pretendere una compensazione adeguata per il territorio.

La proposta di Simona Scarcella mette dunque Vibo Valentia davanti a una domanda scomoda: quanto è stata realmente forte, negli anni, la voce dell’amministrazione comunale nelle decisioni che riguardavano il porto? Perché il problema non è soltanto ottenere qualche intervento in più o trovare, di volta in volta, una soluzione attraverso la mediazione. Il punto è costruire una politica portuale del territorio, con obiettivi chiari, risorse da rivendicare e condizioni da porre. Altrimenti il rischio è che Vibo Marina continui semplicemente a subire decisioni assunte altrove.

La partita è appena cominciata

L’emendamento, naturalmente, non è una certezza. Dovrà superare l’iter parlamentare e affrontare anche alcune questioni tecniche e finanziarie. Tra queste, il rapporto tra il nuovo Fondo e le altre destinazioni del gettito portuale previste dalla riforma, oltre alla necessità di definire con precisione quali Comuni possano essere considerati effettivamente interessati dalle infrastrutture e dalle attività portuali. Ma il dato politico resta. Per la prima volta, nel confronto sulla riforma, si prova a mettere nero su bianco un principio che molte città portuali sostengono da anni: chi ospita un’infrastruttura strategica nazionale non può essere soltanto chiamato a sopportarne i costi.

E se la proposta della sindaca di Gioia Tauro riuscirà a ottenere la giusta considerazione, allora potrebbe essere proprio Vibo Valentia una delle amministrazioni chiamate ad aprire gli occhi. Perché il porto di Vibo Marina non può continuare a essere soltanto una realtà da amministrare quando emergono problemi. Deve diventare una questione politica centrale, sulla quale il Comune abbia una posizione forte e riconoscibile per dare corso a quella svolta che ormai viene invocata da anni. La stagione della semplice mediazione, soprattutto quando non produce risultati concreti per il territorio, non può essere l’unico orizzonte. Se il 10% del gettito portuale può diventare legge, Vibo Marina dovrà essere pronta a chiedere ciò che le spetta. 

© Riproduzione riservata
Ultim'ora

Ti potrebbe interessare...

Il sisma, registrato a una profondità di 9 chilometri, è stato avvertito in un’ampia area della provincia di Cosenza
Limardo, pur apprezzando il lavoro svolto dalla nuova amministrazione, resta in attesa di un riscontro formale
La proposta di Forza Italia supera il primo passaggio: ora la richiesta dovrà essere trasmessa al prefetto Anna Aurora Colosimo per ottenere la deroga al vincolo dei dieci anni dalla morte dell’ex deputato e storico protagonista della vita istituzionale e culturale calabrese

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Vibo Valentia n.1 del Registro Stampa del 7/02/2019. Direttore Responsabile: Nicola Lopreiato
Noi di Calabria S.r.L. | P.Iva 03674010792