Le parole del comandante provinciale dei Carabinieri di Vibo Valentia, colonnello Antonio Parillo, arrivano come una risposta diretta al clima di inquietudine che negli ultimi mesi ha accompagnato la recrudescenza degli episodi intimidatori nel territorio vibonese. Un messaggio che non minimizza la portata dei fenomeni criminali, ma che punta a ridimensionarne il peso sociale e culturale, separando con decisione la comunità sana da chi continua a scegliere la strada della violenza e della sopraffazione.
Nell’intervista a Il Vibonese, firmata dal direttore Enrico De Girolamo, il comandante dell’Arma utilizza parole destinate a lasciare il segno. Riprendendo un’espressione utilizzata in passato dal boss Pantaleone Mancuso, detto “Vetrinetta” (deceduto in carcere) Parillo definisce gli autori delle recenti intimidazioni come «quattro storti», una minoranza criminale che non rappresenta né il territorio né il tessuto produttivo della provincia.
L’immagine tracciata dall’ufficiale dell’Arma è quella di soggetti che tentano di riaffermare la propria presenza attraverso azioni dimostrative, spari e minacce, ma che restano lontani dall’esercitare un controllo reale sulla società vibonese. «Stiamo parlando di quattro storti», afferma con fermezza, quasi a voler spezzare quella percezione di invincibilità che spesso accompagna i protagonisti delle cronache criminali.
Il valore di una presa di posizione
Le dichiarazioni del comandante assumono un significato particolare in una fase segnata dalle scarcerazioni di alcuni condannati nell’ambito del processo Rinascita Scott e dal conseguente ritorno di timori tra imprenditori e cittadini. Parillo, però, invita a non arretrare. La legalità, sostiene, ha già messo radici nel territorio e il percorso avviato non può essere compromesso dal ritorno in libertà di alcuni esponenti della criminalità organizzata. Nel suo ragionamento emerge un concetto preciso: la battaglia contro la ‘ndrangheta non si misura soltanto nelle aule giudiziarie o nelle operazioni di polizia, ma soprattutto nella capacità della società civile di reagire, denunciare e non piegarsi all’intimidazione. Un principio che trova conferma nella grande partecipazione registrata alle manifestazioni organizzate dopo gli episodi avvenuti nell’area industriale di Vibo.
I poteri che sostengono la ‘ndrangheta
L’analisi del comandante, accompagnata dalle domande di Enrico De Girolamo, va oltre gli esecutori materiali delle intimidazioni. Parillo richiama l’attenzione su quella rete di professionisti, consulenti e facilitatori che negli anni hanno consentito alle cosche di investire, riciclare denaro e infiltrarsi nell’economia legale. Una riflessione che sposta il focus dai soli criminali di strada a un sistema più ampio, capace di garantire alla ‘ndrangheta strumenti e competenze per continuare a esercitare influenza nei settori economici più redditizi. Una denuncia che richiama la necessità di mantenere alta la vigilanza non soltanto contro le manifestazioni più evidenti della criminalità, ma anche contro le connivenze che ne alimentano il potere.
Dall’ambiente al turismo, i nuovi fronti dei controlli
Nell’intervista emerge anche la strategia che l’Arma intende perseguire nei prossimi mesi. Ambiente, depurazione, gestione dei rifiuti, concessioni balneari e infiltrazioni nel comparto turistico diventano ambiti di particolare attenzione investigativa. Parillo annuncia controlli già in corso lungo la costa vibonese, evidenziando come il settore balneare rappresenti un crocevia di interessi economici, occupazionali e criminali. L’obiettivo dichiarato è tutelare gli operatori che rispettano le regole e contrastare ogni forma di concorrenza sleale alimentata da interessi mafiosi.
Un appello alla responsabilità collettiva
Il passaggio più significativo resta però quello rivolto alla comunità. Da un lato l’invito ai cittadini a diventare protagonisti del processo di rinascita del territorio; dall’altro un monito rivolto a chi continua a scegliere l’illegalità come modello di vita. Il comandante provinciale dei Carabinieri affida il suo messaggio a un’immagine forte: quella dei figli costretti a incontrare i genitori detenuti dietro le sbarre di un carcere. Un richiamo umano prima ancora che giudiziario, che trasforma la lotta alla criminalità in una questione di responsabilità personale e collettiva.
Parole che vanno oltre la cronaca e che restituiscono una convinzione precisa: Vibo Valentia non può essere raccontata attraverso le gesta di pochi violenti. La sfida, oggi, è impedire che siano proprio quei “quattro storti” a dettare il racconto di un territorio che chiede invece sviluppo, legalità e futuro. Concetti che dovrebbero indurre i giovani a riflettere, trovare coraggio e restare; senza continuare a scappare dai fantasmi dell’abbandono e della criminalità.



