La sfiducia costruita, quando la politica delegittima la giustizia

La presa di posizione della sottosegretaria Matilde Siracusano (compagna di Occhiuto) suona come un messaggio di sfiducia non solo nella magistratura ma nello Stato

In un Paese dove la fiducia nelle istituzioni è già fragile, le recenti dichiarazioni della sottosegretaria Matilde Siracusano – che ha affermato candidamente di aver “perso da tempo la fiducia nella giustizia” – rappresentano un colpo durissimo all’equilibrio democratico. Un’affermazione grave, ancor più pesante se pronunciata da chi ricopre incarichi di governo e dovrebbe, per dovere costituzionale e morale, tutelare e rafforzare la fiducia dei cittadini nello Stato di diritto.

Il caso Posteraro

Il caso che coinvolge Paolo Posteraro, capo della sua segreteria, e Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria e compagno della Siracusano, entrambi indagati per corruzione, avrebbe dovuto suggerire cautela, rispetto istituzionale e sobrietà nei toni. Invece no: si è scelto di scaricare sulla magistratura ogni responsabilità, dipingendola come un apparato ostile, antiquato e lontano dalla realtà. Non un accenno al principio di legalità, non una parola sul rispetto dell’autonomia dei giudici. Solo l’ennesimo attacco, velato o esplicito, alla giustizia italiana.

La forza dei social

Il presidente Occhiuto, anziché confrontarsi pubblicamente e con responsabilità con le contestazioni mosse dalla magistratura, ha preferito affidarsi ai social. Una scelta ormai sempre più diffusa tra i politici indagati, che usano Instagram, Facebook e TikTok come surrogati dei tribunali. Una narrazione studiata, costruita e governata da consulenti ben pagati con fondi pubblici, che serve a ribaltare l’asse della credibilità: il giudice è l’accusato, l’indagato è la vittima.

Ma chi difende i cittadini?

In questa confusione programmata, chi difende il cittadino comune? Quello che non ha amici potenti, che non può permettersi studi legali di grido né agenzie di comunicazione aggressive? Soprattutto, chi non può pagare profumatamente i social media manager? Il cittadino che, se fosse indagato, non avrebbe megafoni social, né prime pagine favorevoli, né leader politici pronti a spendersi in suo favore. A lui viene detto ogni giorno che la giustizia è lenta, politicizzata, inaffidabile. Ma viene anche detto, con la stessa ipocrisia, che deve rispettare le sentenze, fidarsi delle istituzioni e credere nello Stato. È un messaggio schizofrenico, pericoloso e destabilizzante.

Discreditare la magistratura

Discreditare la magistratura non è solo una mossa politica: è un attentato alla coesione civile. È un colpo inferto al principio dell’uguaglianza davanti alla legge. È un modo subdolo per introdurre, nella percezione collettiva, l’idea che la giustizia valga meno della comunicazione, meno della popolarità, meno del consenso. In un sistema democratico sano, il potere politico non si arroga il diritto di giudicare il potere giudiziario. Se ritiene che vi siano errori, li contesta nei modi previsti dallo Stato di diritto, non a colpi di post o dichiarazioni a effetto. Perché la differenza tra chi rispetta la democrazia e chi la piega a proprio uso e consumo sta proprio qui: nella capacità di distinguere tra critica legittima e delegittimazione sistematica.

Un clima avvelenato

Il clima che si sta creando in questa Calabria, devastata da ’ndrangheta, corruzione, povertà e senza futuro, è avvelenato. Se ogni inchiesta viene derubricata a complotto, ogni perquisizione a prevaricazione, ogni giudice a persecutore, allora la giustizia smette di essere un pilastro dello Stato. E senza giustizia non c’è né libertà, né sicurezza, né democrazia.

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