C’è chi per difendere un principio si mette alla guida di una protesta, chi scrive lettere indignate e chi, invece, rischia il posto di lavoro pur di non mettere l’ananas sulla pizza. È la storia di Davide Tamburella, chef italiano emigrato in Australia, protagonista di una vicenda che ha fatto il giro del web e che, tra serietà e irresistibile comicità, riapre una questione che divide da anni l’umanità: l’ananas sulla pizza è un’eresia o soltanto una scelta di gusto?
Quel frutto proprio non gli andava giù
Tamburella lavorava al ristorante La Costa, a Fortitude Valley, quartiere di Brisbane, dove si proponeva un angolo di Riviera italiana nel cuore del Queensland. Una cucina che richiamava la tradizione, evidentemente con una linea rossa ben precisa: il prosciutto sì, per i buon gustai anche la ‘nduja, il tonno (meglio se Callipo o Sardanelli) ma l’ananas no. E su questo lo chef non era disposto a trattare. Non una semplice antipatia personale, ma – a quanto avrebbe sostenuto – una questione di cultura. Preparare una pizza con quel frutto sarebbe stato, per lui, un insulto alla propria identità gastronomica. Una posizione talmente ferma da averlo portato a rifiutare la richiesta già in altre due occasioni, nell’arco di quattro anni. Insomma, non un capriccio del giorno, ma una vera e propria resistenza culinaria.
Il cliente paga, lo chef non cede
La scintilla è scattata durante l’organizzazione di una festa privata dal valore superiore a 15mila dollari australiani. Il cliente aveva chiesto espressamente alcune pizze con prosciutto e ananas. Il proprietario del locale, Elliot Ingram, avrebbe voluto accontentarlo. Tamburella, invece, si è messo di traverso. A quel punto la discussione è diventata inevitabile. Il datore di lavoro avrebbe persino invitato lo chef a informarsi su quanto fosse importante per gli italiani non mettere l’ananas sulla pizza. Ma evidentemente la ricerca non ha prodotto il risultato sperato. O forse, semplicemente, Tamburella aveva già studiato abbastanza.
Una pizza indigesta, un licenziamento servito
Il 20 maggio lo chef è stato licenziato, al termine di un incontro nel quale erano state affrontate anche altre questioni relative al suo rendimento professionale. La disputa sull’ananas, dunque, non sarebbe stata l’unica ragione dell’allontanamento. Ma è quella che ha trasformato una vicenda di lavoro in una storia da raccontare in tutto il mondo. Tamburella ha presentato un ricorso alla Fair Work Commission, sostenendo che il licenziamento fosse illegittimo e collegandolo anche a un incidente sul lavoro, nel quale si era fratturato in due punti la mano destra dopo aver urtato una ringhiera metallica.
La commissione australiana ha però respinto la domanda perché arrivata fuori tempo massimo. La decisione non ha stabilito che il licenziamento fosse giustificato: ha semplicemente rilevato che non c’erano le condizioni per esaminare il ricorso tardivo. Una distinzione importante, anche se meno saporita della controversia gastronomica.
La Costa chiude, lui riparte
La storia ha poi un finale che sembra scritto apposta per non scontentare nessuno, almeno sul piano professionale. La Costa ha cessato l’attività a luglio, dopo la scadenza del contratto d’affitto. Tamburella, invece, ha trovato un nuovo impiego come chef in un altro ristorante italiano. E qui viene da immaginare che, alla domanda sulle sue specialità, abbia risposto con una certa prudenza: tutto, purché non ci sia da discutere con l’ananas. Perché si può perdere un posto di lavoro, si può finire sulle pagine del Guardian e si può persino diventare un caso internazionale. Ma per qualcuno, evidentemente, ci sono battaglie che valgono più di una busta paga. E mentre il mondo continua a dividersi tra sostenitori e detrattori della pizza hawaiana, Davide Tamburella può almeno rivendicare una certezza: lui, quella pizza, non l’ha fatta. (foto web)



