La morte di Denise Cosco impone una domanda che non può essere elusa: che cosa non ha funzionato nel percorso di una donna che aveva scelto di rompere con la ’ndrangheta e di testimoniare contro il proprio padre? A porla è Marisa Manzini, magistrato della Procura generale di Catanzaro, per anni impegnata alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e protagonista di inchieste scottanti sulle cosche più pericolose della criminalità organizzata.
L’intervista al Tgr Calabria
Intervistata da Riccardo Giacoia per il Tgr Calabria, Marisa Manzini non cerca risposte semplici. “Ci si deve tutti interrogare su che cosa non siamo riusciti a fare per aiutare questa donna, per tutelarla”, afferma, indicando anche quei “demoni” che hanno segnato il percorso di Denise e che, evidentemente, non sono stati affrontati fino in fondo. Il magistrato parla apertamente anche di possibile abbandono. “Forse Denise è stata in qualche modo, lo dico fra virgolette, abbandonata nel corso della sua esistenza”. Un passaggio che sposta il tema dalla sola vicenda personale alla capacità complessiva dello Stato di accompagnare chi decide di uscire dal sistema criminale.
La protezione non può fermarsi
Per Marisa Manzini, la lotta alla ’ndrangheta non si esaurisce nelle indagini, negli arresti e nei processi. Il punto decisivo è ciò che accade dopo la scelta di allontanarsi. “La lotta alla ’ndrangheta si fa soprattutto attraverso la capacità di portare poi le persone che fanno una scelta definitiva di allontanamento a raggiungere la possibilità di svolgere una propria esistenza libera, ma sicura e soprattutto protetta”. Una protezione che, nelle parole del magistrato, deve essere intesa in senso più ampio. Non soltanto sicurezza fisica, dunque, ma attenzione alla persona, alle sue fragilità, alla sua storia e ai traumi che possono accompagnare una scelta di rottura con il proprio ambiente familiare e criminale.
Per le donne il percorso è ancora più difficile
Marisa Manzini richiama quindi una condizione specifica: quella delle donne che scelgono di stare dalla parte dello Stato. Una condizione che, secondo la magistrata, può presentare difficoltà ancora maggiori. È un tema che aveva già affrontato nel libro “Il coraggio di Rosa”, dedicato alla storia vera di una donna capace di dire no alla ’ndrangheta. E proprio guardando al percorso compiuto da Denise, Manzini chiede una riflessione generale. “Deve riflettere innanzitutto la magistratura, le forze dell’ordine, i servizi sociali di protezione, le istituzioni che hanno il compito di intervenire nei casi in cui una donna” decide di allontanarsi dalla criminalità organizzata.
In discussione anche il sistema di protezione
Il punto, per la magistrata, è soprattutto la continuità dell’intervento. Una donna che arriva a rompere con la ’ndrangheta, fino al punto di testimoniare contro il proprio padre, “merita di essere poi seguita nel suo percorso con estrema attenzione e durante tutta la sua esistenza, non soltanto per un periodo limitato”. È qui che la vicenda di Denise Cosco diventa una questione che riguarda l’intero sistema di protezione. Perché scegliere lo Stato contro la ’ndrangheta non può significare soltanto trovare il coraggio di parlare. Deve significare anche poter contare, nel tempo, su uno Stato capace di esserci.



