Marisa Manzini torna nel mirino di Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni. Nell’ultima udienza davanti al Tribunale di Salerno, il boss ha utilizzato le proprie dichiarazioni spontanee per tornare ad attaccare frontalmente il magistrato, oggi alla Procura generale di Catanzaro, e gettare fango sul lavoro investigativo e giudiziario portato avanti negli anni contro la criminalità organizzata calabrese.
L’attacco al lavoro della magistrata
Mancuso, collegato in videoconferenza dal carcere de L’Aquila, dove sta scontando l’ergastolo, ha puntato in particolare sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Andrea Mantella e di Ewelina Pytlarz, ex cognata del boss. Secondo la ricostruzione fornita in aula da Mancuso, Marisa Manzini avrebbe dato credito a dichiarazioni che lui considera “false”, utilizzandole nei procedimenti che lo hanno riguardato e che hanno successivamente portato alle sue condanne. Non solo. Il boss avrebbe contestato anche la testimonianza resa da un sottufficiale dell’Arma dei carabinieri ascoltato nel corso di un processo, accusandolo a sua volta di avere riferito circostanze non vere.
Sono accuse pesanti, che nelle parole di Mancuso investono direttamente la credibilità del magistrato e il metodo con cui, nel corso degli anni, sarebbero state costruite le contestazioni nei suoi confronti e delle consorterie più pericolose della ‘ndrangheta.
Nel mirino una lunga attività antimafia
Il punto centrale della vicenda è anche questo: Marisa Manzini, che nel procedimento di Salerno a carico del boss è assistita dall’avvocato Giovanna Fronte, è da decenni impegnata in procedimenti e inchieste sulla ‘ndrangheta calabrese. Vive in silenzio e sotto scorta. Da pm della Dda di Catanzaro ha seguito alcune delle più importanti indagini sulla criminalità organizzata vibonese, occupandosi di cosche, rapporti e interessi che hanno attraversato per anni il territorio. È dentro questa lunga attività che si colloca anche il rapporto giudiziario con Mancuso. Un rapporto diventato ancora più delicato dopo le intimidazioni rivolte dal boss al magistrato durante il processo “Black Money”, (Statti zitta ca parrasti assai…) vicenda per la quale è arrivata una condanna definitiva.
La Procura chiede gli atti
Le nuove dichiarazioni rese a Salerno hanno però aperto un ulteriore passaggio. La pubblica accusa ha chiesto al Tribunale la trasmissione degli atti alla Procura, proprio alla luce di quanto affermato da Mancuso nel corso dell’udienza. Sarà ora la magistratura competente a stabilire se dalle parole del boss emergano elementi che richiedano ulteriori accertamenti e provvedimenti.
Intanto, il dato che emerge dall’udienza è un nuovo attacco al lavoro di un magistrato che da anni opera sul fronte della criminalità organizzata. Mancuso non contesta soltanto singoli episodi: nelle sue dichiarazioni mette in discussione le fonti, le testimonianze e, di riflesso, il lavoro giudiziario costruito su quelle dichiarazioni.



