Porto di Gioia Tauro, lo schiaffo della ’ndrangheta: così la cosca Piromalli ha fatto fuggire Amazon

Cgil e Filt Calabria dopo l'operazione "Res Tauro": "I clan alimentano la disoccupazione e cacciano gli investitori". Appello a Confindustria e al governatore Occhiuto per un piano di riscatto economico e di legalità

Non si tratta soltanto di carte bollate o di logistica mancata. Al contrario, è la fotografia, nitida e spietata, di un’occasione storica letteralmente scippata al futuro della Calabria. L’operazione “Res Tauro”, condotta dalla Dda di Reggio, ha squarciato il velo su uno dei retroscena più amari degli ultimi anni: il mancato insediamento del colosso mondiale Amazon nell’area industriale del porto di Gioia Tauro. Un addio, o meglio una fuga, dettata dalle pesanti ombre della criminalità organizzata. Secondo le risultanze dell’inchiesta, la storica cosca dei Piromalli – convinta di poter esercitare un controllo asfissiante e totalitario sulla Piana – avrebbe ostacolato l’interesse della multinazionale di Seattle. Il risultato? Un territorio impoverito, l’ennesima porta sbarrata in faccia ai giovani e una prospettiva di sviluppo svanita nel nulla.

Il sindacato: “La ’ndrangheta produce miseria”

Sulla vicenda è durissimo l’intervento di Cgil Calabria e Filt Cgil Calabria, che non usano giri di parole per descrivere la gravità del momento: “L’indagine dimostra con chiarezza che è la ’ndrangheta ad alimentare la disoccupazione, scoraggiando investimenti e impedendo al territorio di attrarre risorse fondamentali per il bene comune”. Per il sindacato non basta più il “pur fondamentale plauso all’azione di magistratura e forze dell’ordine”. Serve una “rivoluzione culturale, sociale ed economica” che “parta dal basso e che coinvolga i corpi intermedi”. Cgil e Filt chiamano direttamente in causa Confindustria e le associazioni datoriali calabresi e reggine, chiedendo una “condanna pubblica, netta e senza tentennamenti nei confronti di una criminalità che soffoca l’impresa sana e ruba il futuro alle nuove generazioni”.

L’affondo contro la Regione

Ma il vero destinatario dell’appello sindacale è il vertice della Cittadella di Catanzaro. La Cgil chiede un cambio di passo immediato e formale alla politica regionale: “Chiediamo al presidente Roberto Occhiuto di intervenire immediatamente, di esprimere con nettezza la posizione della Regione e di spiegare ai calabresi quali iniziative intenda mettere in campo per recuperare questi investimenti”. L’obiettivo è duplice: da un lato restituire fiducia ai cittadini e ai potenziali investitori esterni, dimostrando che la Calabria possiede gli anticorpi della legalità; dall’altro, frenare quell’emorragia migratoria che costringe ogni anno migliaia di giovani a lasciare la propria terra per mancanza di lavoro. La sfida per il riscatto della Calabria, oggi più che mai, passa dalla capacità di fare muro comune contro i clan. Perché, come conclude il sindacato, la Calabria ha fame di investimenti, buona economia e dignità. La Calabria, semplicemente, non vuole più la ’ndrangheta.

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