Porto di Gioia Tauro, presidio dei movimenti pro-Pal e Usb contro il transito di materiale militare

Manifestazione davanti allo scalo per bloccare il carico di 16 container sospetti. I sindacati accendono i riflettori anche sulla sicurezza sul lavoro dopo il grave ferimento di un operaio

Un presidio davanti all’ingresso del Porto di Gioia Tauro, a San Ferdinando, è stato attuato nel pomeriggio da una serie di movimenti che sostengono la causa palestinese e dall’Usb per dire “no al transito di materiale militare attraverso il porto di Gioia Tauro”. “Da circa due mesi – hanno ricordato i manifestanti – 16 container con sospetto materiale militare sono sottoposti a ispezione nello scalo portuale e oggi la nave Msc Manasvi avrebbe dovuto procedere al carico. Proprio per questo motivo siamo in presidio davanti al porto. Perché si fa sempre più urgente e necessario monitorare e denunciare la catena della guerra che parte dai nostri territori. Dalle informazioni attualmente in nostro possesso, al momento il carico di container resterà nel porto, e non sarà caricato sulle navi cargo Msc”.

Alla manifestazione partecipano Global Intifada – Disarmare il Genocidio, Coordinamento Calabria con la Palestina, Bds Calabria, Global Sumud Calabria, Thousand Madleens to Gaza e Usb. “L’iniziativa di oggi, già programmata per mantenere alta l’attenzione sui 16 container contenenti acciaio balistico e bloccati da tempo al porto di Gioia Tauro – ha detto Peppe Marra, sindacalista USB Calabria – si è intrecciata per forza di cose con il ribaltamento di uno straddle carrier avvenuto due giorni fa e il grave ferimento di un operatore portuale, Alessandro Cortese. Dietro ogni ‘incidente sul lavoro’ ci sono ritmi insostenibili, manutenzione carente, sicurezza sacrificata alla produttività”.

Morti per il profitto

“In questo Paese – ha aggiunto – c’è una guerra silenziosa che ammazza tre lavoratori al giorno, e centinaia e centinaia di feriti e mutilati. È figlia di quello stesso sistema che eleva a dio il profitto e a niente la vita, che sia di un operaio o di un bimbo di Gaza. Lavoro insicuro e traffici di guerra sono facce di questo stesso sistema. Per questo siamo qui fuori dal porto, con le bandiere della Palestina, per dire basta morti per il profitto”. (Ansa)

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