Quel sindaco di Vibo Valentia dimenticato

Il giusto riconoscimento a un nostro illustre antenato

Monteleonese autentico, degno discendente di una nobile famiglia da secoli impiantata in città. Quando il Regno di Napoli si trovò ad attraversare il Decennio francese, dal 1806 al 1815, fu sempre pronto ad assumere incarichi pubblici nella vita sociale e politica. D’altronde, la sua Monteleone era stata promossa a capoluogo della Calabria Ulteriore. Venuta la Restaurazione, subito la borghesia del tempo individuò in lui la miglior figura per guidare la comunità in quei tempi difficili. 1817-1819, due anni da sindaco; poi, il ritiro a vita privata per occuparsi dei soli studi.

Vibo Valentia deve a lui l’istituzione del Museo Archeologico Nazionale, impensabile senza l’apporto della sua attività decennale. E a lui è stata dedicata la conferenza di lunedì 29 aprile tenutasi presso la Libreria Cuori d’inchiostro, inaugurazione de ‘Il Maggio dei Libri’ che la libreria indipendente rivolge alla cittadinanza rispondendo all’invito nazionale lanciato dal Centro per il Libro e La Lettura. Fabrizio Mollo, docente di Archeologia classica all’Università degli Studi di Messina, ha avuto l’arduo compito di introdurre al pubblico il saggio Dal collezionismo alla storia: Vito Capialbi e i Brettii a Vibo Valentia scritto dall’archeologa Anna Maria Rotella, presente in una sala gremita.

Vibo Valentia deve a lui l’istituzione del Museo Archeologico Nazionale, impensabile senza l’apporto della sua attività decennale. E a lui è stata dedicata la conferenza di lunedì 29 aprile tenutasi presso la Libreria Cuori d’inchiostro, inaugurazione de ‘Il Maggio dei Libri’ che la libreria indipendente rivolge alla cittadinanza rispondendo all’invito nazionale lanciato dal Centro per il Libro e La Lettura. Fabrizio Mollo, docente di Archeologia classica all’Università degli Studi di Messina, ha avuto l’arduo compito di introdurre al pubblico il saggio Dal collezionismo alla storia: Vito Capialbi e i Brettii a Vibo Valentia scritto dall’archeologa Anna Maria Rotella, presente in una sala gremita.

Proprio Vito Capialbi è il protagonista di una vicenda più unica che rara per il nostro territorio, un personaggio che non ha eguali quanto a eclettismo ed erudizione. Il libro rimuove la patina ingiallita che luoghi comuni su luoghi comuni gli avevano imprudentemente affibbiato. Era sì un abile e scaltro collezionista, con un fiuto innato per gli affari al pari di altri suoi colleghi, figli del gusto romantico per le antichità piacevoli secondo l’estetica.

Egli però seppe aggiungere una competenza scientifica talora in contrasto con il mestiere per cui era rinomato. Perché mai avrebbe dovuto aggiungere alla raccolta pezzi frammentati e non restaurati, sgradevoli alla vista e neppure ripuliti dal terriccio? Risulta lampante come il suo fosse un interesse al di là della mera mercanzia. Sotto Monteleone c’erano altri mondi da rinvigorire e nessun altro lo avrebbe sostituito, qualora si fosse tirato indietro. Il conte seppe interpretare il titolo nobiliare responsabilizzandosi nei confronti della città: da archeologo de facto si recava personalmente nei cantieri più significativi e seguiva maniacalmente i lavori, documentandoli su appositi taccuini e assicurandosi che le nuove costruzioni non intaccassero le vestigia sepolte. I suoi scavi non avevano l’obiettivo di rinvenire tesori preziosi, bensì di ricavare più dati possibili sui tempi andati.

Composto in ben un anno e mezzo, il testo è uno dei primi a ricostruire il volto archeologico di Vibo Valentia e dintorni, abitata senza soluzione di continuità fin dalla Preistoria. Il suo porto era uno dei più strategici nel Mediterraneo, nonostante oggi gli 800 chilometri di costa in regione siano secondari rispetto all’entroterra. Eravamo il centro del Mare Magnum, da vicino il presente cimitero si controllava la via istmica più stretta d’Italia, dall’attuale affaccio del Parco delle Rimembranze si intravedono isole dalla Campania alla Sicilia, il nostro centro storico è il maggiormente invidiato della Calabria e, per non bastare, da noi nacque il primo museo lapidario italiano.

Verrebbe da chiedersi dove sia finito l’orgoglio di appartenere a questa terra. Millenni di maltrattamenti, dai Romani che ci chiamarono “Brutti” alle voci infondate che ci volevano omicidi di Gesù Cristo, ci hanno fatto perdere un senso di appartenenza che dovrebbe essere innato. Questo, almeno, a sentire i frutti della miglior tradizione antropologica al mondo. Che è calabrese, per inciso. La scommessa sta nel conoscere le radici: ciò che non si sa, non può piacere.

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