C’è un’immagine celebre di Francisco Goya che continua a parlare al nostro tempo: “Il sonno della ragione genera mostri”. Nella sanità vibonese, oggi, quel sonno sembra essersi trasformato nel sonno della competenza. E quando la competenza abdica al proprio ruolo, il risultato inevitabile è il caos amministrativo, organizzativo e umano. A pagare il prezzo più alto non sono i dirigenti, non sono gli uffici, non sono le burocrazie. A pagare sono i cittadini più fragili: anziani non autosufficienti, disabili, malati cronici, famiglie stremate da percorsi interminabili e da risposte incerte, spesso contraddittorie, quasi sempre tardive.
Nel territorio dell’Asp di Vibo Valentia si sta consolidando una condizione che non può più essere derubricata a semplice disorganizzazione. È una vera e propria crisi di governo del sistema sociosanitario territoriale. Una crisi che si manifesta quotidianamente attraverso comportamenti altalenanti dei singoli funzionari, interpretazioni arbitrarie delle norme, procedure mutevoli, ritardi ingiustificabili e una generale assenza di uniformità amministrativa. Il diritto alla cura sembra ormai dipendere non da regole certe, ma dalla casualità dell’ufficio competente, dalla sensibilità del singolo operatore o, peggio ancora, dalla capacità delle famiglie di insistere, protestare, diffidare, implorare.
Diritti negati e burocrazia senza risposte
Eppure, le risorse pubbliche esistono. I fondi sono stati assegnati. I budget sono stati approvati. Le strutture accreditate e contrattualizzate sono operative. I posti disponibili ci sono. Ma il sistema continua inspiegabilmente a incepparsi. Famiglie di anziani e disabili vivono un’autentica odissea burocratica per ottenere prestazioni che rappresentano diritti essenziali, garantiti dalla normativa nazionale e regionale. Domande che rimangono ferme per settimane, valutazioni UVM che si perdono nei meandri amministrativi, autorizzazioni che arrivano quando ormai le condizioni cliniche si sono aggravate, liste d’attesa non esplicitate nei criteri regolatori e spesso governate senza una reale programmazione sanitaria. In questo scenario, il paradosso più grave è che mentre i cittadini attendono assistenza, le risorse destinate all’assistenza rimangono inutilizzate o male utilizzate.
Ancora più preoccupante è la condizione degli erogatori accreditati, cioè quelle strutture private che operano per conto del Servizio sanitario regionale e che costituiscono, oggi, una componente essenziale della rete assistenziale territoriale prevista dal DM 77/2022. Molte di queste realtà stanno subendo gravi inadempimenti amministrativi e finanziari. I pagamenti delle prestazioni avvengono con ritardi ormai incompatibili con qualsiasi equilibrio economico-finanziario: oltre sei mesi di attesa, in alcuni casi anche di più.
Pagano pazienti, lavoratori e aziende
Tempi biblici che generano effetti devastanti: aziende impossibilitate a rispettare regolarmente gli obblighi verso lavoratori, fornitori, erario, enti previdenziali e assicurativi; tensioni finanziarie crescenti; rischio concreto di riduzione dei servizi e perdita di posti di lavoro. È inaccettabile che strutture chiamate quotidianamente a garantire assistenza sanitaria e sociosanitaria debbano contemporaneamente sopravvivere a una paralisi amministrativa che ne compromette la stabilità. Ma il problema non è soltanto economico. È culturale.
La crisi della competenza nella macchina sanitaria
Si assiste troppo spesso a una pericolosa disconnessione tra funzione pubblica e competenza tecnica. Norme di settore ignorate o interpretate in maniera approssimativa. Procedure applicate in modo difforme. Assenza di visione programmatoria. Scarsa conoscenza della rete territoriale e delle sue finalità. Confusione tra controllo amministrativo e blocco amministrativo.
La pubblica amministrazione sanitaria non può essere governata attraverso improvvisazione, paura della firma, inerzia o logiche esclusivamente difensive. Perché, quando il decisore rinuncia alla competenza, il sistema smette di funzionare. E quando il sistema smette di funzionare, il danno ricade inevitabilmente sui più deboli. La sanità territoriale moderna richiede capacità di governo, conoscenza normativa, integrazione sociosanitaria, programmazione dei percorsi assistenziali e rapidità decisionale. Richiede funzionari preparati, dirigenti autorevoli e una macchina amministrativa che sappia distinguere tra controllo e immobilismo. Oggi, invece, il rischio concreto è che il territorio vibonese venga trascinato dentro una spirale di deresponsabilizzazione permanente, dove nessuno decide, nessuno programma e nessuno risponde realmente delle inefficienze prodotte. Nel frattempo, aumentano la mobilità passiva, i ricoveri impropri, il sovraffollamento ospedaliero, il disagio sociale delle famiglie e la sfiducia dei cittadini verso le istituzioni. La verità è che una sanità senza competenza non produce prudenza: produce incoscienza amministrativa. E l’incoscienza amministrativa, quando investe il diritto alla salute, diventa una questione etica prima ancora che gestionale.
“Dietro ogni pratica bloccata ci sono persone”
Per questo serve una profonda assunzione di responsabilità istituzionale. Occorre ristabilire regole certe, tempi certi, percorsi certi. Occorre restituire centralità ai bisogni delle persone e non agli equilibrismi burocratici. Occorre riportare competenza, conoscenza e capacità di governo al centro della macchina sanitaria territoriale. E ciò perché, quando il sonno della competenza genera il mostro dell’incoscienza, i mostri non restano nei palazzi. Entrano nelle case delle famiglie. E lì assumono il volto della solitudine, dell’abbandono e della disperazione. Queste nostre riflessioni nascono anche come antidoto a una interiore, crescente e disperata voglia di gettare la spugna. Sono riflessioni che nascono dopo oltre vent’anni di lavoro nel settore sociosanitario, vissuti quotidianamente tra difficoltà, sacrifici, speranze e battaglie combattute spesso nel silenzio.
Sono riflessioni che nascono non dalla rabbia ma, piuttosto, dalla mente e, ancor di più, dal cuore.
La scure su imprenditori e cittadini
Sono riflessioni – infine – che trovano alveo non soltanto nella nostra dimensione di imprenditore ma anche, e ancor di più, in quella di cittadino; di cittadino che, da oltre cinquant’anni, conosce sulla propria pelle il significato dei cosiddetti “viaggi della speranza”. Viaggi lunghi, faticosi, umilianti, affrontati perché nella propria terra non si riuscivano a trovare possibilità adeguate di cura, risposte tempestive, percorsi dignitosi. Ed è forse proprio questa esperienza personale a impedirci di rassegnarci completamente. Perché dietro ogni pratica bloccata, dietro ogni ritardo burocratico, dietro ogni decisione rinviata, non ci sono numeri o fascicoli. Ci sono persone. Ci sono fragilità. Ci sono famiglie. Ci sono sofferenze vere.
E allora il silenzio non può diventare complicità. La denuncia delle criticità non deve essere interpretata come attacco alle istituzioni, ma come richiesta profonda di responsabilità, di umanità e di coraggio amministrativo. Perché una terra che – ancora oggi – impedisce ai propri cittadini di essere dignitosamente curati in loco, magari costringendoli ai viaggi della speranza, è una terra che non ha ancora smesso davvero di ammalarsi.
* S. Domenico Capomolla, A.U. Villa delle Rose s.r.l., Cittadino Vibonese



