Un acquario a Vibo Marina, sboccia un fiore. Ma ora si spazzino le macerie ambientali

Il progetto presentato dall’assessore Monteleone può diventare il primo segnale di rinascita del waterfront. Ma senza una visione condivisa tra politica e Autorità portuale, il piano spiaggia rischia di trasformarsi nell’ennesimo arretramento

Il progetto presentato dall’assessore Salvatore Monteleone può diventare il primo segnale di rinascita del waterfront di Vibo Marina.  Un fiore che prova a sbocciare in mezzo alle macerie. L’immagine più giusta per raccontare il progetto dell’acquario  è probabilmente questa. Perché in mezzo al degrado del Pennello, alle ferite ambientali dell’ex Basalti e Bitumi e alle gigantesche cisterne di Meridionale Petroli, immaginare una struttura dedicata al mare, alla conoscenza e al turismo significa almeno provare ad accendere una luce in una delle aree più devastate urbanisticamente e ambientalmente di Vibo Marina. C’è soltanto da augurarsi che quel fiore possa davvero germogliare.

Ora si volti pagina

E soprattutto che possa trascinare con sé altri fiori lungo tutto il litorale del Pennello e dentro quelle enormi aree oggi occupate dal degrado, dall’abbandono e dalle ferite lasciate da decenni di industria petrolifera. Perché è inutile girarci attorno: se si vuole davvero parlare di sviluppo turistico del porto di Vibo Marina bisogna partire da lì. Dalla bonifica. Dal recupero. Dalla restituzione del mare alla città. E in questo ragionamento Meridionale Petroli non può continuare a restare sullo sfondo come se nulla fosse. La delocalizzazione è una via di non ritorno. Alle parole ora servono i fatti. A cominciare dall’area ex Basalti e Bitumi, oltre quindicimila metri quadrati di territorio strategico affacciato sul mare, aspetta ancora di essere bonificata. E quella bonifica dovrebbe rappresentare il primo passo concreto verso qualsiasi idea di rilancio.

Il piano spiaggia non può essere un muro

Ed è qui che il discorso inevitabilmente si intreccia con il nuovo piano spiaggia. Perché il PCS non può diventare un muro. Non può essere percepito come lo strumento che congela il lungomare Vespucci dentro una logica esclusivamente industriale-portuale. Sarebbe un errore enorme. La politica ha il dovere di sedersi attorno a un tavolo insieme all’Autorità portuale e costruire finalmente una visione comune. Una vera integrazione tra porto e città. Non uno scontro permanente. Ma nemmeno una resa. Perché nessuno può pensare di alzare recinti e dire semplicemente: questa parte appartiene al porto e il Comune non può farci nulla. Le grandi trasformazioni urbane nascono esattamente dal contrario: dalla capacità delle istituzioni di dialogare, pianificare e immaginare insieme il futuro dei territori di confine tra porto e città. E tutto questo, fino ad oggi, a Vibo non è avvenuto.

Serve una scelta chiara

Il rischio altrimenti è evidente. Che il piano spiaggia, invece di essere il primo tassello per il recupero del waterfront, venga percepito come un arretramento politico e urbanistico rispetto alla prospettiva turistica costruita negli ultimi vent’anni. Perché oggi Vibo Marina vive una contraddizione gigantesca. Da una parte si parla di nautica, turismo, acquari, waterfront e sviluppo. Dall’altra continuano a dominare il paesaggio le cisterne di carburante, le aree da bonificare, il degrado del Pennello e la sensazione che il porto debba restare soprattutto terra di oli combustibili. E allora la politica smetta di rincorrere emergenze e torni a costruire una direzione. In altri territori sventolano bandiere legate al turismo, alla bellezza, al mare restituito ai cittadini.

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