C’è un elemento che più di ogni altro emerge dalla relazione dell’Autorità di Sistema Portuale resa pubblica da ieri lunedì 13 aprile e che ci aiuta a fare chiarezza: il procedimento va avanti, il rinnovo della concessione demaniale prende forma, ma la soluzione al problema – la delocalizzazione della Meridionale Petroli – resta ancora lontana, incerta e soprattutto legata a condizioni tutte da costruire. Eppure, è proprio dentro questa distanza tra atti amministrativi e prospettiva politica che si consuma il vero cortocircuito che genera dubbi. Un trofeo da assegnare ai “campioni della confusione”.
Rinnovo sì, ma senza una via d’uscita certa
Il documento è chiaro nel delineare il percorso: si procede con un rinnovo a tempo, legato alla possibilità di arrivare a un accordo per lo spostamento dell’impianto. Una finestra che può arrivare fino a quattro anni. Ma allo stesso tempo si apre uno scenario che preoccupa: se la delocalizzazione non dovesse concretizzarsi, la concessione potrebbe essere ridefinita e prolungata secondo la normativa vigente. Una clausola che, nei fatti, rende tutt’altro che certa l’uscita della Meridionale Petroli dal porto.
La relazione lo dice esplicitamente: non esiste, ad oggi, un procedimento formalmente avviato per la delocalizzazione. Esiste una volontà politica, esistono indirizzi e dichiarazioni, ma manca il passaggio decisivo: quello amministrativo e finanziario. E soprattutto manca il nodo centrale, quello delle risorse.
I pareri degli enti: equilibrio fragile
Il Comune di Vibo Valentia ha dato il via libera, ma con una condizione precisa: limitare la durata del rinnovo a circa 30 mesi, proprio per accompagnare una delocalizzazione che viene considerata necessaria. Una posizione che prova a tenere insieme continuità e cambiamento, ma che nei fatti non impone una soluzione. La Provincia, dal canto suo, si è espressa favorevolmente in un’ottica di delocalizzazione, ma il suo parere è stato ritenuto dall’Autorità portuale non pienamente centrato rispetto al procedimento in corso. Il risultato è un quadro istituzionale che appare frammentato, dove nessuno assume fino in fondo la responsabilità di una scelta definitiva.
Il paradosso dei fondi pubblici
Ed è qui che il documento, letto fino in fondo, apre una questione ancora più profonda e politicamente esplosiva. Perché mentre si ribadisce la necessità di spostare l’impianto, si afferma anche che questa operazione richiederà ingenti risorse economiche, con il coinvolgimento diretto delle istituzioni pubbliche. Ed è qui che nasce il paradosso. Da un lato si riconosce che la presenza della Meridionale Petroli è incompatibile con lo sviluppo turistico del porto e con la nuova visione della città. Dall’altro si ipotizza di utilizzare fondi pubblici – quindi risorse della collettività – per accompagnare la delocalizzazione di un soggetto privato che opera nel settore energetico, uno dei più solidi e strutturati a livello internazionale.
Una contraddizione che pesa ancora di più se si guarda alla storia recente del territorio. Perché nella Calabria centrale, (Gioia Tauro-Vibo Marina-Crotone) il passaggio delle attività legate ai carburanti ha lasciato negli anni aree da bonificare, criticità ambientali e un’eredità tutt’altro che neutra. E allora la domanda diventa inevitabile:
è giusto che siano i cittadini a sostenere economicamente lo spostamento di un impianto industriale che, nel tempo, ha prodotto impatti ambientali e urbanistici così rilevanti? È sostenibile chiedere uno sforzo finanziario pubblico per risolvere un problema che nasce da scelte industriali private?
Porto e città: una frattura evidente
Nel frattempo, la realtà resta quella descritta nella relazione: un deposito petrolifero incastonato tra spiagge, ristoranti e abitazioni, con criticità crescenti sul piano della sicurezza e della vivibilità. Una presenza che continua a condizionare il futuro del porto, frenandone la vocazione turistica.
La partita si sposta a Roma
Tutto, ora, è rimandato al tavolo tecnico presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dove si dovranno verificare le condizioni concrete per la delocalizzazione. Ma mentre si attende quel passaggio, il quadro è già chiaro: il rinnovo va avanti, la delocalizzazione resta un’ipotesi e il peso economico dell’operazione rischia di ricadere – ancora una volta – sulla collettività. E questo, più di ogni altra cosa, è il nodo politico destinato a segnare il dibattito nei prossimi mesi.


