Nessun complotto, nessuna pressione dall’alto e nessuna “massomafia” dietro la cancellazione improvvisa. Il giallo estivo che nelle ultime ore sta accendendo il dibattito sul web e tra gli appassionati di true crime ha una spiegazione molto più tecnica e ordinaria. Come rivelato da un articolo della collega Alessia Truzzolillo per LaCNews24, il ritiro della docuserie “World Wide Mafia” dalla piattaforma streaming Disney+ è dovuto esclusivamente a delicati problemi di post-produzione.
Secondo quanto si apprende, le criticità sarebbero emerse direttamente in fase di montaggio. Una situazione che ha spinto la Ibc Movie, la casa di produzione cinematografica che ha realizzato l’opera, a chiedere formalmente a Disney la sospensione della serie. Al momento non è ancora chiaro se si tratterà di uno stop definitivo o, come è più probabile, di una rimozione temporanea per consentire ai tecnici di rimettere mano al prodotto e risolvere i difetti riscontrati.
Dettagli blindati, dunque, ma sufficienti a smentire categoricamente le voci fuorvianti e i presunti “misteri” circolati nelle ultime ore, che attribuivano la cancellazione alla natura scottante del tema trattato. Nessuna censura, dunque, e nessun ostacolo da parte di poteri occulti sull’opera firmata da Jacques Charmelot.
Il successo e la trama della docuserie
Il provvedimento di sospensione è scattato lo scorso 4 giugno e non è certo passato inosservato. In pochissimo tempo, infatti, “World Wide Mafia” era riuscita a scalare l’indice di gradimento del pubblico, conquistando il primo posto in classifica tra le serie più viste sulla piattaforma.
L’opera, strutturata in quattro puntate, affronta il tema della pervasività e dello strapotere della ’ndrangheta a livello globale, focalizzando il racconto attorno al maxi-processo “Rinascita Scott”. La narrazione si sviluppa seguendo il mastodontico lavoro investigativo e giudiziario guidato dall’allora procuratore capo di Catanzaro (oggi alla guida della Procura di Napoli) Nicola Gratteri, affiancato dai sostituti procuratori Annamaria Frustaci, Antonio De Bernardo e Andrea Mancuso.
A controbilanciare il punto di vista dell’accusa, la serie ha dato voce alla difesa attraverso la figura dell’avvocato Salvatore Staiano. Ruolo chiave nel documentario è affidato anche a Emanuele Mancuso, figura centrale in quanto unico collaboratore di giustizia all’interno di una delle famiglie di ’ndrangheta più potenti e ramificate del territorio. Un racconto potente che, per ora, deve solo attendere che i problemi tecnici vengano risolti.



