Solano dopo l’assoluzione: perché sciogliere Stefanaconi? Oggi il silenzio non è più una risposta

L’ex sindaco di Stefanaconi interviene dopo la sentenza d’Appello e riapre il caso dello scioglimento del Comune: chi ha sbagliato, se davvero è stato commesso un errore, deve avere il coraggio di dirlo

La sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro riapre una pagina che a Stefanaconi sembrava ormai consegnata agli atti della storia amministrativa del Comune. A tornare sulla vicenda è l’ex sindaco Salvatore Solano, che affida a un lungo intervento pubblicato sulla propria pagina Facebook una riflessione destinata inevitabilmente a riaccendere il confronto politico e istituzionale sullo scioglimento dell’ente.

Solano parte proprio dalle successive risultanze giudiziarie e pone una domanda che considera “ineludibile”: “Perché sciogliere Stefanaconi?”. Una domanda che, nelle sue parole, nasce dal confronto tra il quadro che aveva portato alla decisione di sciogliere il Comune e ciò che sarebbe successivamente emerso nelle aule di giustizia.

Nessuna ombra sugli amministratori e sull’ente

L’ex sindaco ricostruisce la vicenda ricordando il procedimento penale che lo aveva coinvolto nel 2021, quando ricopriva anche la carica di presidente della Provincia di Vibo Valentia. “Gli venivano contestate accuse gravissime”, scrive, elencando “dalla presunta corruzione alla turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, dalla coercizione degli elettori all’aggravante del metodo mafioso”.

Poi il primo passaggio giudiziario: “Il 1° dicembre 2023, però, arrivava una prima sentenza che smontava una parte fondamentale dell’impianto accusatorio: assoluzione con la formula più ampia, perché il fatto non sussiste, oltre all’esclusione dell’aggravante mafiosa”. Secondo Solano, è proprio la successione di questi fatti a imporre oggi una rilettura dell’intera vicenda. “Il Comune di Stefanaconi è stato sciolto sulla base di un quadro che, alla luce delle successive risultanze giudiziarie, merita di essere profondamente riesaminato”, afferma.

E aggiunge un altro elemento che considera centrale: “La stessa attività ispettiva non avrebbe evidenziato elementi sufficienti a sostenere l’esistenza di un condizionamento mafioso dell’amministrazione”.

Eppure il Comune viene sciolto

È qui che il ragionamento dell’ex primo cittadino diventa soprattutto politico. “Eppure il Comune viene sciolto. Una comunità democraticamente rappresentata viene privata della propria amministrazione”. Solano scandisce le conseguenze di quella decisione: “Un sindaco eletto dai cittadini viene estromesso. Un consiglio comunale viene mandato a casa”. Ma, soprattutto, contesta la lettura di un procedimento giudiziario che, nel momento in cui veniva utilizzato per interpretare la vicenda amministrativa, non aveva ancora trovato il suo punto definitivo. “Tutto questo mentre il presupposto giudiziario sul quale si era costruita una parte della lettura della vicenda era ancora sub iudice”, sostiene. Poi il passaggio sulla Corte d’Appello di Catanzaro: “Quella condanna di primo grado viene messa radicalmente in discussione”.

Parole pesanti che non possono essere ignorate

Solano richiama quindi le conclusioni dei giudici d’Appello, secondo cui sarebbe stata esclusa “l’esistenza di un patto corruttivo, di uno stabile asservimento della funzione pubblica agli interessi del cugino e di un condizionamento illecito dell’attività amministrativa della Provincia”. E sottolinea una frase contenuta nella decisione giudiziaria: “La Corte definisce la precedente valutazione dei contenuti delle conversazioni del tutto apodittica e svincolata dal chiaro tenore delle conversazioni”. “Parole pesanti”, le definisce Solano, “parole che non possono essere ignorate quando si torna a guardare a ciò che è accaduto a Stefanaconi”.

Da qui la domanda che attraversa tutto il suo intervento: “Se non erano stati accertati elementi sufficienti a dimostrare un condizionamento mafioso dell’ente; se la Commissione di accesso non aveva riscontrato un quadro inequivocabile di infiltrazione; se una parte significativa dell’impianto accusatorio era già caduta in primo grado; e se anche l’unica condanna rimasta in piedi è stata successivamente demolita nei suoi presupposti dalla Corte d’Appello, con quale forza si può ancora sostenere che lo scioglimento fosse una conseguenza inevitabile di quel quadro?”.

Una domanda politica e istituzionale

Solano precisa di non voler trasformare la sua riflessione in una contestazione delle istituzioni. “Questa non è una domanda giudiziaria. È una domanda politica e istituzionale”. Perché, sottolinea, “lo scioglimento di un Comune non è una formalità burocratica. È una misura straordinaria che colpisce direttamente la democrazia locale. Significa cancellare il risultato elettorale. Significa interrompere il mandato di un’amministrazione scelta dai cittadini. Significa sostituire la rappresentanza politica con una gestione commissariale”.

Da qui l’affondo finale. “Lo Stato ha il diritto e il dovere di difendere le istituzioni dalle infiltrazioni mafiose”, scrive l’ex sindaco. Ma proprio per questo, aggiunge, “la lotta alla mafia è una cosa seria” e “non può diventare uno strumento per giustificare decisioni che, alla prova dei fatti, rischiano di apparire sproporzionate rispetto agli elementi realmente accertati”. Solano non chiede “privilegi” e dice di non voler “contestare il ruolo delle istituzioni”. Chiede invece una verifica: “Oggi, alla luce della sentenza d’Appello e degli atti della Commissione di accesso, quella decisione merita di essere riletta senza pregiudizi”.

Poi la frase destinata a restare al centro del suo intervento: “Chi ha sbagliato, se davvero è stato commesso un errore, deve avere il coraggio di dirlo”. E conclude con un’ultima stoccata: “Oggi, davanti a una sentenza d’Appello che riscrive pezzi fondamentali di quella vicenda, il silenzio non è più una risposta sufficiente”.

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