Amazon, Gioia Tauro e l’ombra della ’ndrangheta: la politica chiede chiarezza mentre si accende il caso dell’hub mai nato nella Piana

Scutellà (M5S): "Se confermato, sarebbe un fatto di gravità inaudita". Sulla vicenda erano intervenuti anche CGIL e Filt. Interrogativi sul progetto logistico nell’area portuale e sulle presunte pressioni criminali emerse da indagini della DDA di Reggio Calabria

“La notizia secondo cui Amazon avrebbe abbandonato il progetto di investimento a Gioia Tauro a causa di pressioni della ’ndrangheta desta forte allarme istituzionale”. È la posizione della consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Elisa Scutellà, che ha chiesto un immediato chiarimento sulla vicenda. “Se venisse confermato che un colosso internazionale ha rinunciato a investire in Calabria per timore di condizionamenti criminali, saremmo davanti a un fatto di una gravità inaudita”, ha dichiarato, sottolineando come la ’ndrangheta continui a rappresentare un freno strutturale allo sviluppo del territorio. La consigliera ha inoltre sollecitato una reazione istituzionale coordinata: trasparenza, controlli e una strategia chiara per tutelare gli investimenti.

Il caso e il progetto mai decollato nell’area portuale

Al centro della vicenda vi sarebbe un progetto logistico previsto nell’area industriale e portuale di Gioia Tauro, considerata uno snodo strategico del Mediterraneo. Secondo quanto ricostruito negli ultimi mesi da diverse fonti investigative e giornalistiche, l’investimento sarebbe stato formalizzato attraverso contratti preliminari e attività preparatorie, per poi non arrivare mai alla fase operativa. Nel frattempo, sull’area sarebbero stati avviati anche interventi tramite subappalti legati alla realizzazione delle strutture. Ad oggi, tuttavia, del centro logistico non vi è traccia concreta sul piano industriale.

Le intercettazioni e l’inchiesta della DDA di Reggio Calabria

Il quadro più delicato emergerebbe da intercettazioni confluite nell’inchiesta “Res Tauro”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. Secondo l’impianto investigativo, il clan Clan Piromalli avrebbe manifestato interesse per il progetto, tentando di condizionarne dinamiche operative, assunzioni e rapporti economici. Le conversazioni intercettate, al centro degli atti, delineerebbero un quadro in cui l’organizzazione criminale non si limiterebbe a forme di pressione estorsiva, ma proverebbe a inserirsi nella gestione dell’indotto e delle ricadute occupazionali. Un elemento che, se confermato in sede giudiziaria, rafforzerebbe l’ipotesi di un tentativo di controllo sistemico sull’investimento.

La reazione : “La ’ndrangheta frena sviluppo e lavoro”

Sulla vicenda è intervenuta anche la CGIL Calabria insieme alla Filt CGIL, che hanno rilanciato l’allarme chiedendo un intervento diretto delle istituzioni regionali. Il sindacato ha sottolineato come l’eventuale rinuncia di un colosso internazionale rappresenterebbe un danno enorme non solo in termini economici, ma anche di credibilità del territorio. Secondo le organizzazioni sindacali, la Calabria avrebbe bisogno di una risposta forte e coordinata per contrastare ogni forma di condizionamento criminale e rilanciare la capacità di attrazione degli investimenti.

Un silenzio che pesa sul futuro della Piana

Il caso, ancora avvolto da molte incognite, si inserisce in un contesto già segnato da fragilità economiche e da un tasso di disoccupazione elevato nella Piana di Gioia Tauro. L’eventuale perdita di un investimento di tale portata solleva interrogativi non solo giudiziari, ma anche politici e istituzionali. In attesa di ulteriori sviluppi, resta il nodo centrale: chiarire se e in che misura pressioni criminali possano aver influito su una scelta industriale strategica. Un tema che, al di là degli esiti giudiziari, chiama in causa la capacità dello Stato e delle istituzioni di garantire condizioni reali di sviluppo in uno dei territori più sensibili della Calabria.

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