Amendolara, dopo la strage il caporalato torna sotto accusa: quattro morti che interrogano la Calabria

Un orrore che riporta alla luce il mondo sommerso dello sfruttamento nelle campagne della Sibaritide e in tante altre realtà della Calabria

Quattro uomini morti in un furgone trasformato in una trappola di fuoco. Lavoratori stranieri che ogni giorno si spostavano tra alloggi di fortuna e campagne. La tragedia di Amendolara non è soltanto una pagina di cronaca nera ma un fatto che riaccende i riflettori sul lavoro nero, sul caporalato e sulle condizioni in cui migliaia di braccianti continuano a vivere e lavorare nel Mezzogiorno e in Calabria. A perdere la vita sono stati Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad. Nomi che fino a pochi giorni fa erano sconosciuti ai più e che oggi raccontano una storia di fatica, precarietà e speranza spezzata.

Una realtà che tutti conoscono

In un articolo pubblicato stamane da Gazzetta del Sud, a firma di Giovanni Pastore, nelle sere della Sibaritide è sceso un silenzio diverso. Non la quiete dell’estate appena iniziata, ma un silenzio pesante, carico di paura e di orrore. Un silenzio che accompagna una domanda semplice: come è possibile che nel 2026 si continui a morire così? Dietro le fiamme che hanno divorato il van emerge infatti l’ombra di un sistema che da anni attraversa le campagne della Calabria. Un sistema fatto di trasporti improvvisati, salari bassi, lavoro irregolare e condizioni spesso ai limiti della dignità.

I numeri della Piana di Sibari

Secondo il report sul collocamento e sul fabbisogno di manodopera in agricoltura, richiamato dalla Gazzetta del Sud, nella Piana di Sibari operano circa 7 mila lavoratori stranieri. Una forza lavoro fondamentale per l’economia agricola del territorio, che continua però a convivere con situazioni di fragilità e sfruttamento. La Calabria rappresenta soltanto uno degli ingranaggi di una filiera molto più ampia. Migliaia di lavoratori migranti si spostano durante l’anno seguendo il calendario delle raccolte, dagli agrumi agli ortaggi, dalla frutta estiva alle produzioni autunnali.

Oltre la commozione

L’emozione e il cordoglio non bastano. La morte dei quattro braccianti, bruciati vivi, rischia di diventare l’ennesima tragedia destinata a essere dimenticata dopo qualche giorno. Eppure quelle fiamme hanno illuminato una realtà che per troppo tempo è rimasta ai margini del dibattito pubblico. Perché il punto non è soltanto come siano morti quei quattro uomini. Il punto è come vivevano. E quante persone continuano ancora oggi a lavorare nell’ombra, lontano dai riflettori, in un sistema che troppo spesso considera la manodopera un costo da comprimere e non una risorsa da tutelare. La strage di Amendolara lascia una ferita profonda. Ma soprattutto lascia una responsabilità: impedire che, spenti i riflettori, torni il silenzio. (foto web)

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