’Ndrangheta e affari in Romagna, il processo Radici in Appello: tredici anni al vibonese Saverio Serra

La sentenza di Bologna conferma quasi integralmente il verdetto di primo grado: restano le condanne per l'associazione aggravata dal metodo mafioso e per il sistema di infiltrazione nell'economia della riviera romagnola

La Corte d’Assise d’Appello di Bologna, presieduta da Anna Mori, ha confermato nella sostanza la sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Ravenna nell’ambito del processo “Radici”, uno dei procedimenti più rilevanti degli ultimi anni sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nell’economia dell’Emilia-Romagna.

Impianto accusatorio confermato

Il verdetto conferma l’impianto accusatorio costruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna, riconoscendo l’esistenza di un’associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso, contestazione ritenuta fondata anche in assenza di una struttura mafiosa stabilmente radicata sul territorio. Una decisione che rafforza la lettura investigativa secondo cui la forza intimidatrice della criminalità organizzata può manifestarsi anche attraverso reti economiche e relazioni consolidate, senza la necessità di una presenza territoriale tradizionalmente intesa.

Il processo riguarda un articolato sistema di investimenti illeciti che, secondo l’accusa, aveva consentito alla ‘ndrangheta calabrese di infiltrarsi nei settori alberghiero e dolciario della riviera romagnola, alterando le regole della concorrenza e utilizzando attività economiche come strumenti di riciclaggio e reinvestimento di capitali.

Le modifiche rispetto al primo grado

La sentenza d’Appello si discosta da quella pronunciata a Ravenna soltanto su aspetti marginali. Sono state infatti disposte alcune assoluzioni relative a capi d’imputazione residuali, lievi rideterminazioni delle pene e una riduzione delle provvisionali riconosciute ai Comuni costituitisi parte civile: Bagnacavallo, Cervia, Cesenatico e Imola.

Per il resto resta confermato il quadro delineato nel gennaio 2025 dal Tribunale di Ravenna, che aveva inflitto 21 condanne per un totale di 98 anni di reclusione, riconoscendo la gravità del sistema criminale emerso dall’inchiesta.

L’indagine della Dda di Bologna

Il procedimento trae origine dall’inchiesta coordinata nel 2022 dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna, culminata con l’arresto di 23 persone e con sequestri preventivi di beni per un valore complessivo di circa 30 milioni di euro. Le contestazioni formulate dalla Procura non riguardavano soltanto l’associazione aggravata dal metodo mafioso, ma comprendevano anche episodi di caporalato, reati finanziari ed estorsione, delineando un sistema capace di operare contemporaneamente sul piano economico, imprenditoriale e dello sfruttamento del lavoro. L’indagine aveva acceso i riflettori sulla capacità della criminalità organizzata di inserirsi in comparti produttivi strategici del Centro-Nord, sfruttando imprese apparentemente regolari per consolidare la propria presenza economica.

Le principali condanne confermate

Tra le pene più elevate confermate dalla Corte d’Assise d’Appello figura quella di Saverio Serra, originario di Vibo Valentia e residente a Cervia, condannato a 13 anni e tre mesi di reclusione. Confermata anche la condanna a 11 anni e due mesi per Francesco Patamia, ex candidato alla Camera dei Deputati con la lista “Noi Moderati”, e quella a 10 anni e sei mesi per Rocco Patamia. Padre e figlio, secondo la ricostruzione della Procura, avrebbero operato al servizio della cosca Piromalli, una delle più potenti articolazioni della ‘ndrangheta.

Resta inoltre confermata la condanna a sei anni e otto mesi nei confronti di Alessandro Di Maina, mentre per gli altri imputati le pene definitive si collocano tra i due e i quattro anni di reclusione.

Attese le motivazioni

La Corte d’Assise d’Appello depositerà le motivazioni della sentenza entro novanta giorni. Saranno proprio le motivazioni a chiarire nel dettaglio le ragioni della conferma dell’impianto accusatorio e delle limitate modifiche apportate rispetto alla decisione di primo grado, in un processo che rappresenta uno dei principali procedimenti giudiziari sulle infiltrazioni economiche della ‘ndrangheta nel tessuto imprenditoriale dell’Emilia-Romagna. (foto web)

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