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Nello Ruello, il testimone lasciato solo: contro usura e ’ndrangheta, abbandonato da una città che oggi fa finta di non ricordare

Il primo a ribellarsi e dare una potente picconata ai clan del Vibonese. Ha fatto arrestare e condannare i suoi aguzzini. Resta il simbolo di una battaglia che troppo spesso si combatte contro il silenzio e contro chi dovrebbe proteggere

Oggi, 1º maggio, sarebbe stato il compleanno di Nello Ruello. Non una data qualsiasi, ma il giorno che restituisce alla memoria una delle storie più scomode e rimosse di Vibo Valentia. A ricordarlo è l’avvocata Giovanna Fronte, che lo ha affiancato nei momenti più duri, quando denunciare significava restare soli. Ruello, morto otto anni fa, non fu un eroe per scelta. Fu un uomo che decise di non piegarsi agli usurai, di denunciarli, di portarli in tribunale. Lo fece fino in fondo: li fece arrestare, li fece condannare, si presentò a testimoniare. Pagando tutto. “Era nato il 1º maggio – scrive Fronte – ed era stato insignito Cavaliere del lavoro. Ha fatto ciò che molti avrebbero dovuto fare e ne ha accettato le conseguenze”. Conseguenze che, a Vibo Valentia, significano isolamento, sospetto, dimenticanza.

Il coraggio che non basta

La sua storia racconta una verità che oggi pesa più di allora: i testimoni di giustizia non combattono solo contro le cosche o gli usurai. Sempre più spesso combattono contro ostacoli, ritardi, negazioni. Contro chi dovrebbe sostenerli e, invece, li lascia soli o, peggio, li spinge ai margini. Ruello non ebbe mai un vero programma di protezione. Solo misure locali, revocate e riassegnate, costringendolo a battaglie amministrative continue. Le ha vinte tutte. Ma vincere sulla carta non significa essere protetti nella vita. Ha lottato contro la solitudine, contro l’abbandono, contro le maldicenze. Ha incontrato – ricorda Fronte – “ominicchi” in ruoli istituzionali, ma anche donne (il magistrato Marisa Manzini su tutti) e uomini veri, servitori dello Stato. Non è bastato.

La città che si gira dall’altra parte

C’è un passaggio che più di altri fotografa il fallimento collettivo. Quando Ruello provò a ripartire, quando la sua attività tornò a vivere, mancò il sostegno della città. “Qualcuno, tanti, si vergognavano ad uscire con la bustina con impressa una gerbera gialla e il nome Ottica Ruello”. È qui che si misura la distanza tra legalità proclamata e legalità praticata. Senza il coraggio sociale, quello che dovrebbe accompagnare chi denuncia, ogni gesto resta isolato. E chi denuncia diventa un problema. Ruello portò anche pezzi importanti dello Stato a Vibo. Per un attimo sembrò cambiare il vento. Poi tutto si fermò. Senza una reazione collettiva, senza un “colpo di schiena”, nulla regge.

Una battaglia che ha lasciato tracce

Eppure il suo sacrificio non è stato inutile. In questi vent’anni qualcosa si è mosso: la presenza delle cosche è stata certificata nei processi, le denunce sono aumentate, sono nate associazioni antiracket e antiusura. Segni concreti, ma ancora insufficienti. La verità è che Ruello non ha perso contro i suoi aguzzini. Ha perso contro un sistema che non ha saputo – o voluto – proteggerlo fino in fondo. Contro una società “narcotizzata”, come la definisce Giovanna Fronte, capace di convivere con la ’ndrangheta più che di contrastarla.

Memoria contro oblio

“Vibo Valentia lo vorrebbe dimenticare, volenti o nolenti fa parte della storia di questo complicatissimo paese”, scrive ancora l’avvocato. È una frase che pesa. Perché l’oblio è comodo, ma è anche il terreno su cui tutto può tornare uguale. Oggi ricordare Nello Ruello non è un esercizio retorico. È una verifica. Serve a capire da che parte si sta davvero. Se con chi denuncia o con chi preferisce non vedere. Perché la sua storia, ancora oggi, fa paura. Non ai criminali. Ma a chi dovrebbe scegliere.

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