“Il lavoro non è soltanto fatica, salario, produzione. È una soglia sacra dell’umano: il luogo in cui la persona depone il proprio tempo, affida le proprie mani stanche, consegna l’intelligenza, custodisce una speranza talvolta velata di mestizia. Per questo, quando il lavoro si trasforma in sfruttamento, in giogo pesante, in precarietà che umilia, in ricatto silenzioso, in invisibilità quotidiana, non viene violato soltanto un diritto: è ferita la carne viva della dignità”. A sostenerlo è monsignor Francesco Savino, vescovo della diocesi di Cassano all’Ionio e vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, in un messaggio per la ricorrenza del Primo maggio.
“Penso a chi ancora oggi – prosegue – vive il lavoro non come compimento, ma come sottrazione di vita; a chi rientra a casa con il corpo stanco e l’anima impoverita; a chi accetta condizioni ingiuste perché il pane, quando manca, diventa una porta stretta; a chi consuma i giorni senza sentirsi chiamato per nome, ma soltanto contato, usato, sostituito”. “Penso anche a chi – evidenzia il vicepresidente della Cei – il lavoro lo cerca e non lo trova, a chi bussa a porte che restano chiuse, a chi conosce l’umiliazione dell’attesa, la fatica di sentirsi escluso, il dolore di non poter mettere a frutto i propri talenti. Per questo servono – afferma Savino – riforme davvero strutturali: non gridate, ma attuate; non astratte, ma capaci di rispettare le specificità dei territori e di valorizzare le ricchezze delle nostre terre, perché ogni comunità possa generare lavoro pulito, stabile, dignitoso”. (Ansa)


