Non solo spari, ma parole. Quelle registrate subito dopo l’agguato del 25 ottobre 2012 a Pizzoni, che costò la vita a Filippo Ceravolo. “Mi hanno sparato”. È la voce di Domenico Tassone, scampato all’agguato, intercettata dagli investigatori pochi istanti dopo i colpi. Il telefono è sotto controllo nell’ambito di un’altra indagine, e diventa un tassello decisivo per ricostruire quei momenti. Tassone chiama prima la fidanzata, poi contatta Giovanni Emmanuele, figura ritenuta di riferimento del clan. Racconta l’accaduto: “Non mi hanno preso… c’era un altro ragazzo con me… hanno preso lui”. Quel ragazzo è Filippo Ceravolo, già gravemente ferito.
I contatti e la rete del clan
Seguono altre telefonate. Tassone parla di un giovane colpito alla testa, mentre sullo sfondo si sentono le urla dei primi soccorritori.
Le conversazioni, annotate dagli inquirenti, fissano tempi, luoghi e relazioni. Secondo quanto riportato anche dalla Gazzetta del Sud in un articolo a firma di Gaetano Mazzuca, emerge un quadro di contatti immediati tra soggetti ritenuti vicini al clan Emanuele. In una delle intercettazioni, viene suggerito un percorso alternativo per raggiungere la zona dell’agguato, elemento ritenuto rilevante per verificare eventuali movimenti dei killer.
Il nome della vittima
L’ultima chiamata arriva dall’ospedale di Vibo Valentia. È lì che, per la prima volta, viene pronunciato il nome di Filippo Ceravolo. Un passaggio che chiude la sequenza di quei minuti drammatici. E che oggi, insieme agli altri elementi investigativi, contribuisce a ricostruire una delle pagine più gravi della faida nelle Preserre vibonesi.


