“Si sta consolidando una criticità strutturale che, alla luce delle più recenti evidenze economiche e contrattuali, assume rilievo non solo economico ma propriamente giuridico-costituzionale: la persistente erosione dei salari reali nel comparto dell’istruzione e nel lavoro pubblico”. Lo afferma il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, per voce del presidente prof. Romano Pesavento. “Secondo l’analisi dell’Indeed Hiring Lab, il potere d’acquisto dei salari pubblicati negli annunci di lavoro in Italia ha subito una contrazione dell’11,1% tra gennaio 2021 e gennaio 2026. L’indice dei salari reali, ricalibrato a 100 nel 2021, si attesta oggi a 89,9, posizionando l’Italia tra i Paesi con le performance peggiori in Europa”.
Divario strutturale
A giudizio di Pesavento, “il confronto internazionale mostra come Paesi Bassi, Germania, Irlanda e Francia siano prossimi alla piena compensazione inflattiva, mentre il nostro Paese registra un divario strutturale significativo”, si sottolinea. Nel periodo più recente, fino a gennaio 2026, la crescita dei salari pubblicati negli annunci è stata pari allo 0,3%, a fronte di un’inflazione dell’1,0%. Questo determina un ulteriore scarto negativo tra redditi e costo della vita, aggravato dai ritardi nei rinnovi contrattuali”.
Cambiamenti
Sul fronte scolastico, il CNDDU richiama i dati ARAN. “Il CCNL 2022–2024 ha previsto incrementi medi di circa 144 euro mensili per i docenti, mentre il contratto 2019–2021 si attestava su circa 120 euro mensili; per il triennio 2025–2027 si stimano aumenti nell’ordine dei 140 euro mensili. Tali incrementi risultano tuttavia insufficienti a compensare la perdita di potere d’acquisto accumulata nel tempo, anche in ragione dei ritardi nei rinnovi contrattuali e dell’assenza di meccanismi automatici di indicizzazione”. “Questa dinamica incide direttamente sull’articolo 36 della Costituzione, mettendo in discussione il principio di retribuzione proporzionata e sufficiente”, si afferma ancora.
Docenti fuorisede e confronto internazionale
Particolare attenzione viene posta alla condizione dei docenti fuorisede. “A parità di trattamento nominale, il diverso costo della vita nei territori determina una diseguaglianza sostanziale”, osserva il CNDDU. “Il personale scolastico fuorisede sostiene un doppio carico economico, abitativo e logistico, che riduce sensibilmente il reddito disponibile”. “Le evidenze Eurostat e ISTAT confermano forti divari territoriali nella spesa per l’abitazione e nel costo della vita”, viene aggiunto, “con impatti diretti sulle condizioni materiali dei lavoratori”.
Ulteriore elemento critico è il confronto internazionale. “Le analisi OCSE mostrano che in Italia le retribuzioni degli insegnanti sono significativamente inferiori rispetto ai lavoratori laureati a tempo pieno, con una dinamica dei salari reali in flessione rispetto alla media dei Paesi avanzati”.
Di cosa c’è bisogno
Alla luce di questo quadro, il Coordinamento ritiene “non più sufficiente un approccio basato su incrementi lineari della retribuzione tabellare” e propone “l’adozione di un Modello nazionale di perequazione territoriale per il lavoro docente. Si tratta di istituire una indennità territoriale dinamica e strutturale, parametrata a indicatori oggettivi come costo delle locazioni, inflazione territoriale, spese di mobilità e distanza dalla residenza”.
Accanto a ciò, il CNDDU propone “un programma nazionale di housing pubblico e convenzionato destinato al personale scolastico nelle aree ad alta tensione abitativa”, oltre a “strumenti fiscali dedicati, come un credito d’imposta per le spese di locazione e mobilità professionale”.
“In assenza di interventi strutturali – conclude il Coordinamento – si rischia una progressiva perdita di attrattività della professione docente e un indebolimento del sistema educativo nazionale. La questione salariale deve essere affrontata come tema di diritti fondamentali, a tutela della dignità del lavoro e della tenuta democratica del Paese”.


