Il “Dio del Porto” di Vibona torna in mostra a Vibo: Montesanti racconta il mistero del marmo di Punta Scrugli

Lo storico vibonese visita il Museo Archeologico e si sofferma sull'altorilievo riemerso nel 1894 durante i lavori della ferrovia. Il nome del dio resta incerto, ma il luogo d'origine è sicuro: l'antico porto romano. Tra le proposte, un allestimento che ne esalti la visione frontale

“Non potevo non andare a vederlo quello che io chiamo il ‘Dio del Porto’ di Vibona, perché arriva un momento in cui le carte e le ipotesi non bastano più e bisogna mettersi davanti all’opera, osservarla alla giusta distanza, girarle intorno”. Con queste parole lo storico vibonese Antonio Montesanti racconta la sua visita al Museo Archeologico di Vibo Valentia, dove la scultura è finalmente esposta al pubblico.

Un volto che ha ancora una grande presenza

La statua è priva delle braccia e della parte bassa del corpo, ma conserva un fascino sorprendente. Montesanti la descrive come “ancora dotata di una presenza sorprendente, con quel torso maschile nudo, quasi giovanile, dal petto vigoroso e soprattutto la grande testa barbata, la fronte severa, i capelli mossi e profondamente lavorati e uno sguardo che oggi appare quasi sospeso nel tempo”. Sul nome, lo storico chiarisce subito: “Non è un’attribuzione archeologica, è quasi un auspicio, perché se ancora non sappiamo con certezza chi rappresenti, sappiamo invece da dove proviene”.

Il ritrovamento a Punta Scrugli

Nel 1894, durante i lavori della ferrovia a Punta Scrugli, all’estremità meridionale dell’antico porto romano di Vibona, la scultura in marmo bianco riemerse dal sottosuolo. L’ispettore Giovanbattista Marzano, nella relazione del 9 gennaio 1895, la descrisse come un “altorilievo di Giove in marmo bianco, testa e tronco senza braccia, il tutto a forma ovale o di medaglione”.

Quella definizione, spiega Montesanti, è preziosa soprattutto perché dice come era fatta l’opera. “Osservandola attentamente si comprende infatti che non siamo davanti a un normale busto romano: anteriormente la figura acquista volume, il petto emerge vigorosamente e la testa diventa quasi completamente tridimensionale, posteriormente la lavorazione si arresta ed il marmo rimane piatto, per un evidente appoggio”. La figura, dunque, “doveva probabilmente fuoriuscire da un elemento architettonico ed essere concepita soprattutto per una visione almeno frontale, se non più alta”.

Il porto di Vibona

Anche il luogo ha il suo peso. “Punta Scrugli non è un punto qualsiasi della costa”, sottolinea lo storico. Si trova nel settore meridionale dell’antico sistema portuale di Vibona, vicino a strutture riferibili a un importante complesso residenziale marittimo. Nello stesso scavo per la ferrovia furono segnalati anche elementi architettonici in marmo, tra cui un capitello, una cornice e frammenti modanati. Molti anni dopo, nella stessa località, fu trovato il noto mosaico degli Amorini Pescatori, appartenente a una villa romana.

Montesanti è prudente: “Non possiamo naturalmente affermare che la scultura appartenesse alla villa, né attribuirle un tempio o una collocazione che l’archeologia non ha ancora dimostrato, ma possiamo legittimamente domandarci se facesse parte di un più articolato apparato monumentale dell’area portuale”. E aggiunge che un porto romano “non era fatto soltanto di moli, magazzini e navi, ma era commercio, rappresentanza, ricchezza, culto, autorappresentazione e, soprattutto, il luogo nel quale una città mostrava se stessa a chi arrivava dal mare. E Vibona, dal mare, veniva vista”.

Gli indizi nei dettagli

Il volto è ricco di elementi da studiare. “Gli occhi sono profondi ma privi dell’incisione dell’iride e della pupilla”, osserva Montesanti, e lo sguardo che oggi ci sembra vuoto “poteva essere originariamente completato attraverso il colore”, secondo una tradizione che viene dall’arte greca. L’abilità dello scultore si concentra soprattutto su capelli e barba, fatti di “grandi ciocche ondulate e profonde, continuamente attraversate dalla luce e dall’ombra”.

Tra i capelli, dietro, c’è una taenia tortilis, “un sottile cordoncino ritorto che cinge la capigliatura”, un particolare “che l’osservazione diretta permette di apprezzare assai meglio delle fotografie”. Non dà il nome del dio, ma offre un elemento concreto per confronti più rigorosi, perché, spiega lo storico, “in archeologia non basta trovare una statua barbata che ‘somigli’ alla nostra: bisogna cercare, per quanto possibile, una genealogia delle forme”.

Singolare è anche la barba: “I baffi scendono ai lati della bocca quasi trasformandosi in volute, mentre le grandi masse pilifere convergono verso il basso e, giunte all’altezza del mento, si separano deliberatamente in due grandi ciocche lasciandone scoperta la parte centrale”. Secondo Montesanti, questo mento libero, insieme alla taenia, ai capelli ondulati e alla nudità eroica, potrebbe diventare “una sorta di impronta digitale iconografica del tipo al quale appartiene il marmo di Punta Scrugli”. Anche i profondi interventi di trapano nei riccioli creano ombre nette accanto alle zone illuminate: “La testa è costruita per essere vista, per reagire alla luce e per imporsi nello spazio, e proprio questo potrebbe costituire un ulteriore indizio della sua originaria funzione architettonica”.

Gli studi che si potrebbero fare

Montesanti segnala due strade di ricerca. Un esame diretto delle tracce degli strumenti potrebbe dare informazioni importanti su tecnica e cronologia. Un’indagine archeometrica sul marmo, invece, potrebbe dire “da quale cava provenisse, se il pezzo fosse arrivato già lavorato o fosse stato terminato altrove e attraverso quali circuiti commerciali avesse raggiunto Vibona”. Sono domande che, per una città portuale, “acquistano un significato ancora maggiore”.

Giove, Ade o Poseidone?

Resta la domanda più immediata: chi rappresentava? “Marzano nel 1895 scrisse Giove, mentre oggi la prudenza impone di considerare un ventaglio più ampio di possibilità nel quale possono entrare Giove, Ade e Poseidone/Nettuno”, spiega lo storico. Interessante il confronto con lo Zeus di Otricoli e con altre divinità maschili barbate, ma anche con alcune immagini di Poseidone, compreso il tipo del Poseidone di Milo. “Si tratta però di confronti all’interno di una comune cultura figurativa e non della prova che il marmo vibonese costituisca una replica diretta di uno di quei modelli”.

Qui, dice Montesanti, “occorre avere il coraggio di fermarsi, perché un dio rinvenuto presso un porto non diventa automaticamente Poseidone e, in archeologia, un punto interrogativo sostenuto dalle prove vale molto più di un’identificazione affascinante ma indimostrabile”.

Una città rivolta al mare

Quello che si può riconoscere è il contesto. “Vibona non era una città romana che casualmente aveva il mare davanti, ma una città che attraverso il proprio scalo partecipava alle rotte del Tirreno meridionale e dello Stretto”, afferma lo storico, ricordando che le fonti sulle guerre civili romane mostrano il porto coinvolto nelle operazioni navali. “Il mare non costituiva dunque lo sfondo della storia di Valentia, ma una delle ragioni della sua importanza”. La presenza a Punta Scrugli di una scultura così impegnativa, insieme agli elementi architettonici trovati, “ci invita a immaginare un paesaggio portuale fatto non soltanto di navi, merci e approdi, ma anche di edifici, immagini, rappresentazione e monumentalità”.

I suggerimenti per l’allestimento

Il ritorno dell’opera in museo è anche un’occasione per valorizzarla. “Sarebbe, a mio avviso, particolarmente efficace sollevare leggermente il marmo, portando il volto a una quota più vicina allo sguardo del visitatore, così da recuperare quella relazione frontale che la struttura stessa dell’opera sembra richiedere”, propone Montesanti, “senza tuttavia collocarlo tanto in alto da rendere difficile l’osservazione della sommità della capigliatura e soprattutto della taenia tortilis”.

Altrettanto interessante, aggiunge, sarebbe “conservare la possibilità di osservarlo lateralmente e, per quanto possibile, posteriormente”, perché muovendosi si capisce il passaggio dalla forte tridimensionalità di volto e torso all’appiattimento del retro, che “non è una parte secondaria o semplicemente ‘non finita’, ma uno degli indizi fondamentali per comprendere che cosa fosse originariamente questa scultura”. Bastano poche indicazioni mirate nei pannelli didattici per invitare i visitatori a cercare da soli la struttura ad altorilievo o medaglione, la taenia, la barba divisa in due e l’appiattimento posteriore. Un suggerimento, precisa, “che nasce proprio dall’entusiasmo per averlo finalmente ritrovato esposto”.

Un uomo e una pietra

Montesanti spiega anche il senso della fotografia scattata accanto alla statua: “Dopo avere discusso di taenia tortilis, barba bipartita, Zeus di Otricoli, Poseidone di Milo, lavorazione al trapano, medaglioni architettonici, ville marittime e commerci mediterranei, arriva sempre un momento in cui davanti a noi rimangono semplicemente un uomo e una pietra scolpita quasi duemila anni fa, e la storia smette di essere una successione di date per tornare a essere qualcosa di fisico, presente, quasi personale”.

Quella pietra, ricorda, ha perso l’edificio a cui apparteneva, le braccia e forse l’attributo che avrebbe permesso di dire subito il nome del dio. È caduta, è stata sepolta, è scomparsa dalla memoria, finché nel 1894 gli operai che scavavano per la ferrovia “destinata al futuro hanno incontrato, quasi paradossalmente, il passato e hanno restituito quel volto alla luce”. Oggi il museo lo protegge, “ma inevitabilmente manca qualcosa che nessun allestimento potrà restituire completamente: il suo paesaggio”. Si può provare a immaginarlo al suo posto, con il marmo illuminato, le cavità della barba piene d’ombra, gli occhi forse completati dal colore e, davanti, “oltre gli edifici e le strutture dell’approdo, si apre il Mediterraneo”.

Il nome può ancora sfuggire, il luogo no

“Se fosse davvero Poseidone, l’immagine sarebbe straordinaria: il Dio del mare davanti al mare, sulla soglia meridionale del porto di Vibona”, osserva lo storico. “Ma non abbiamo alcun bisogno di trasformare una suggestione così potente in una certezza che non possediamo, perché il suo nome può ancora sfuggirci mentre il luogo dal quale proviene, invece, lo abbiamo ritrovato”.

Andando al museo, conclude Montesanti, si è accorto che “il reperto più importante non era soltanto il marmo conservato nella sala, ma tutto ciò che quel marmo ci suggerisce di vedere: il porto romano, il paesaggio perduto, una città rivolta verso il Mediterraneo”. E chiude così: “Forse non sappiamo ancora quale dio rappresentasse, ma sappiamo da dove viene e, prima ancora di riuscire a restituirgli un nome, possiamo dunque restituirgli idealmente il suo orizzonte. Perché quel dio, qualunque fosse il suo nome, guardava il nostro mare, garantendo protezione a quanti giungevano sulla sicura ed amica costa di Vibona Valentia”.

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