Il caro carburanti, i costi dei trasporti che pesano sulle imprese calabresi più che altrove e una protesta nata dal basso, senza regie politiche, che continua a coinvolgere autotrasportatori e agricoltori. Gianpiero Latassa, alla guida di Fabriella e di una flotta di tir che porta l’acqua dell’azienda – nel cuore delle Serre vibonesi – in tutta Italia, vive questa mobilitazione da una doppia posizione: quella dell’imprenditore che deve far quadrare i conti e quella di chi conosce direttamente il peso di ogni chilometro percorso sulle strade della Calabria.
La sua scelta è netta: produzione ferma e mezzi bloccati. Non per mancanza di lavoro, ma perché continuare a lavorare alle condizioni attuali rischia di trasformare ogni viaggio in una perdita. “Non possiamo accendere i camion come se niente fosse. È una questione di dignità, ma anche di rispetto nei confronti di tutti. È giusto che oggi facciamo valere i nostri diritti”.
Il costo dei trasporti è il vero nodo
Per Latassa il problema non si esaurisce nel prezzo del carburante. La Calabria sconta una condizione strutturale di svantaggio: la distanza dai principali mercati, le difficoltà della rete stradale e collegamenti alternativi insufficienti fanno lievitare i costi per chi deve distribuire merci o rifornire le proprie attività. “Per andare in Sicilia siamo nell’ordine di quattro-cinque euro al chilometro”, spiega, indicando un peso economico che si riflette sull’intera filiera. A pagare, infatti, non sono soltanto le aziende di autotrasporto, ma anche le imprese che acquistano e vendono prodotti e, alla fine, i consumatori.
Il ragionamento è concreto. “Se dobbiamo aumentare i prezzi per sostenere i costi, rischiamo di perdere lavoro”. L’esempio è quello dell’acqua: se una bottiglia che oggi costa un euro dovesse arrivare a un euro e cinquanta, una parte dei consumatori potrebbe ridurne gli acquisti. Un rincaro che, invece di risolvere il problema, finirebbe per trasferirlo dal trasporto al mercato.
Fabriella ferma, ma le scorte non sono infinite
La protesta ha già conseguenze operative. Fabriella, racconta l’imprenditore vibonese, ha fermato sia la produzione sia il trasporto. Le scorte consentono di reggere soltanto per un periodo limitato: con il passare dei giorni, la disponibilità del prodotto comincia inevitabilmente a ridursi. Latassa sottolinea però un aspetto che considera significativo: la solidarietà ricevuta dai clienti, dai grossisti e dai distributori. “È una cosa che sta toccando tutti, anche nel silenzio. Nessuno ci sta pressando, perché capisce che non possiamo fare diversamente”. Una mobilitazione che, nella sua lettura, non nasce da un’imposizione. “Nessuno obbliga nessuno. Chi vuole aderire lo fa, chi non vuole non lo fa. Io ritengo opportuno farlo”. La scelta, dunque, non è quella di un’azienda che rinuncia al proprio lavoro, ma di un imprenditore che ritiene insostenibile proseguire come se il problema riguardasse soltanto gli altri.
Gli autisti sulla Limina: dalla protesta ai fatti
C’è poi un episodio che, più di ogni dichiarazione, racconta il senso della mobilitazione. Mentre alcuni autisti hanno partecipato direttamente al presidio, altri, insieme all’azienda, si sono impegnati per sistemare un tratto della strada della Limina, così da renderne più sicuro il passaggio. “I miei autisti venerdì e sabato non sono rimasti a casa a dire che non si lavora. Sono andati a sistemare un pezzo di strada per poter camminare”. Un gesto che va oltre il blocco dei camion. Gli autisti di una flotta impegnata nella distribuzione nazionale si sono trovati a intervenire concretamente su una delle criticità della viabilità calabrese, dove i disagi stradali si sommano al costo del carburante e alla difficoltà di raggiungere i mercati.
È il paradosso denunciato da Latassa: chi ogni giorno deve garantire le consegne si trova a fare i conti non soltanto con i rincari, ma anche con infrastrutture che rendono il lavoro più complicato e costoso.
La politica deve esserci, non bastano i contentini
Latassa riconosce nella spontaneità uno degli elementi più significativi della protesta. L’iniziativa, sostiene, è cresciuta attraverso i social network, grazie a persone che si sono organizzate senza una struttura politica alle spalle. Una partecipazione che ha dato voce a problemi rimasti a lungo ai margini del dibattito pubblico. Ma proprio questa mobilitazione, a suo giudizio, avrebbe bisogno di una rappresentanza istituzionale più forte. “Si chiede di avere una rappresentanza politica che oggi è al potere, per darci ancora più voce”. Il riferimento è alla Regione Calabria e agli assessori competenti, a partire da quelli che si occupano di agricoltura e trasporti.
“Muovetevi”, è il suo appello. Per Gianpiero Latassa la presenza delle istituzioni avrebbe un significato concreto: dimostrerebbe che la protesta non viene lasciata sulle spalle di chi lavora e che le richieste di agricoltori e trasportatori sono state finalmente prese in considerazione. Anche l’incontro previsto a Milano suscita perplessità. L’imprenditore si domanda perché, nell’epoca dei collegamenti digitali, sia necessario affrontare una trasferta per un confronto che avrebbe potuto svolgersi a distanza. Ma il punto centrale, chiarisce, non è soltanto il luogo dell’incontro: è ciò che si riuscirà a portare a casa.
“Speriamo che sia sufficiente e che chi andrà a rappresentarci non si faccia accontentare con un contentino”. È questo il timore: che la protesta si concluda con promesse insufficienti, senza risposte capaci di incidere sui costi e sulle condizioni di lavoro.
Ripartire tutti, oppure nessuno
La posizione di Latassa non lascia spazio a interpretazioni: Fabriella continuerà a sostenere la mobilitazione finché non arriveranno risposte ritenute adeguate. “Fino a quando non ci sarà una condizione di uguaglianza, quando partiranno tutti partiremo pure noi”. Nelle sue parole c’è la preoccupazione di chi deve tutelare un’azienda, i suoi lavoratori e una rete commerciale che si estende ben oltre i confini regionali. Ma c’è anche la convinzione che il problema non possa essere affrontato come una semplice vertenza di categoria.
Il caro trasporti riguarda la competitività delle imprese calabresi, il prezzo finale dei prodotti e la possibilità stessa di lavorare senza accumulare costi che altri territori non sostengono nelle stesse condizioni. Per questo, secondo l’imprenditore vibonese, la protesta merita ascolto e risposte concrete. La sfida, adesso, è trasformare una mobilitazione nata spontaneamente in un risultato tangibile. Perché fermare i camion è una decisione difficile per chi vive di trasporti. Ma continuare a viaggiare senza sapere se il lavoro produrrà un guadagno o una perdita rischia di diventare ancora più difficile.




